Roma. Raggi, Michetti, Calenda, Gualtieri: chi è il vero vecchio?

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Divertente e interessante: la Raggi ha detto che i suoi competitor, Michetti, Gualtieri e Calenda, sono il vecchio, la politica di sempre. E lei, ovviamente sarebbe il nuovo.
Al di là dell’enfasi demagogica, legata alle esigenze mediatiche della campagna elettorale, la dichiarazione merita un approfondimento.

La Raggi ha torto e ragione. Ragione, in quanto i candidati del centro-destra e del centro sinistra, sono stati nominati direttamente dalle segreterie dei partiti, dalle solite nomenklature. Metodi e schemi anacronistici. Quando i ceti dirigenti, scelgono un “rappresentante della società civile”, è segno che manca la classe dirigente, che non c’è formazione, non c’è successione ai leader-dinastici, ormai ingessati e inamovibili, anche se il loro consenso scende, passando dal 39% (di Renzi alle europee), all’ 1,9%, come da sondaggi relativi a Italia Viva.

Michetti e Gualtieri, sono quindi, le facce pulite, pescate per rispondere solo a una mera operazione di marketing. Naturalmente, il tema non è la loro storia, la loro personalità, professionalità e le loro buone intenzioni. Ma il dato strutturale e politico. I partiti, lo abbiamo sempre scritto, sono da tempo soggetti commerciali, che occupano dei brand e si limitano a rappresentare unicamente i loro target. Fine delle idee, dei grandi progetti, delle visioni alte.

Calenda, invece, merita un discorso a parte. E’ in linea con tutti i capi che, staccandosi dal potere, hanno iniziato a contestare quel potere di cui hanno fatto parte. Un po’ la “sindrome-Cossiga”, presidente-picconatore della “sua” Repubblica. Calenda potrebbe essere la sorpresa. Può incarnare la “novità dentro il sistema”, non fuori, unendo i moderati e i progressisti (in maggioranza a Roma).

Ma la Raggi è il nuovo? Sicuramente sì, ma il nuovo che ha fallito, schiantandosi contro le “mafie” locali (municipalizzate, amministrazione, interessi consolidati), appalesando pure tutti i limiti del grillismo, quando dopo aver fatto il pieno di consensi, come amplificatore di ogni protesta (il Vaffa e la moralizzazione per paradigma), è stato obbligato a governare, a mediare la complessità. E lo si è visto con le esperienze governative nazionali e municipali del Movimento: o diventa liquido o smentisce nel nome di un potentissimo pragmatismo, ogni battaglia identitaria, tradendo il suo elettorato.

La Raggi è l’emblema della forza grillina di lotta, ma del flop grillino di governo. E, come se non bastasse, le nuove 5Stelle gestite da Conte si apprestano a trasformarsi in un partito moderato, liberale, ecologista, europeista. In pratica, la copia del Pd. Questo è uno dei motivi di difficoltà nella comunicazione che stanno avendo nella campagna elettorale, appena iniziata, sia Gualtieri che la sindaca uscente: si scontreranno per poi unirsi al ballottaggio? Roma sarà il laboratorio del nuovo riformismo, targato Bettini (Pd-5Stelle-Leu)?

Nel frattempo Roma è la capitale del degrado (amministrativo, ambientale, urbanistico e culturale). Un degrado, va detto, ereditato, però non risolto. Un assist indubbio per un centro-destra che litiga a livello nazionale e sul piano locale finge di andare d’accordo.
A meno che, si farà come la vecchia politica ha insegnato: “alleanze Brancaleone”, con dentro tutto e il contrario di tutto, amici-nemici, fratelli coltelli. “Casini della Libertà” a destra e “Ulivi sfrondati” a sinistra. E qui ha ragione la Raggi. E’ il vecchio che magari vince, ma non governa. La governabilità coerente nasce dall’omogeneità culturale: ma è un discorso troppo antico rispetto alla politica del momento.

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