L’ipocrisia politica dietro il caso Morisi: ecco perché fa gola a tanti

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Nella vicenda che coinvolge Luca Morisi, spin doctor di Matteo Salvini finito in un’inchiesta per cessione di stupacenti, alcune considerazioni saltano subito agli occhi.

Tralasciando gli aspetti penali che dovranno essere approfonditi e accertati dalla magistratura (anche se l’eccessivo presenzialismo dell’escort romeno destinatario della bottiglietta contenente la droga, che da due giorni sta rilasciando interviste ai media fornendo versioni contrastanti dei fatti, il sospetto di una montatura mediatica lo fa venire ) ci sono degli elementi strettamente connessi con la psicologia di una certa politica.

Ci riferiamo in particolare a chi da anni si batte per le libertà a 360 gradi e per la legalizzazione di tutte le pulsioni individuali, dalla liberalizzazione dell’uso e consumo di cannabis, all’aborto, all’eutanasia, al riconoscimento delle unioni gay, per finire con l’umanitaria narrazione delle porte aperte a tutti.

Ed ecco che per costoro il caso Luca Morisi diventa l’occasione propizia per giustificare, ed in qualche modo rafforzare, le loro posizioni. Come? Screditando chi si oppone, facendo passare il messaggio che chi non è libertario in realtà non è credibile, è falso, ipocrita, parla bene e razzola male. E quindi le loro battaglie in difesa della famiglia naturale, della vita umana, contro la legalizzazione delle droghe sono battaglie sbagliate, fasulle, proprio perché nel privato si comportano all’opposto di come si presentano in pubblico.

Uno spettacolo che vediamo da anni applicato ovunque.

La Chiesa parla di valori etici e morali, ma siccome ci sono i preti pedofili, quelli gay, quelli che rubano o che hanno l’amante, allora è giusto rimanere atei e comportarsi diversamente da come insegnano il papa e i vescovi.

La Lega si batte contro la cannabis legale e il Ddl Zan, ma siccome l’esperto di comunicazione organizza festini a base di sesso gay e droga, allora abbiamo ragione noi a dire che la legalizzazione è giusta perché pure loro si drogano. E che è giusto il riconoscimento delle unioni omosessuali perché i difensori della famiglia naturale sono i primi che vanno a trans o adescano escort gay in rete (e questo messaggio del resto è ben evidenziato in alcuni film e fiction televisive costruite a tavolino con l’intento di delegittimare la famiglia, rappresentata come il luogo simbolo delle ambiguità, delle violenze e delle perversioni).

Nel 2007 quando ci fu il primo Family Day bastò che un parlamentare che vi aveva preso parte, l’Udc Cosimo Mele, finisse al centro di uno scandalo a luci rosse con escort e droga, per gettare discredito su un intero popolo che era sceso in piazza per difendere la famiglia fondata sul matrimonio.

Le debolezze e i vizi altrui, personali come lo sono le eventuali responsabilità penali che è bene ricordarlo sono dei singoli e non dell’intera comunità cui si appartiene, diventano scandalo quando servono a rafforzare il pensiero dominante e dimostrare che chi va controcorrente è sempre peggiore degli altri. 

Questo il primo aspetto. A questo se ne aggiunge un secondo, legato all’atavica invidia sociale. Così se viene arrestato un migrante per spaccio di droga si attivano subito i professionisti dell’umanità: “Poveraccio, non ha di che mangiare, è in un Paese straniero, soffre di solitudine, nessuno lo aiuta”. Persino nei casi in cui dei migranti hanno tentato di stuprare delle donne si sono sentiti discorsi del tipo: “A casa sua non è reato, sono abituati così” , alla ricerca di possibili attenuanti utili a non danneggiare la narrazione buonista, solidaristica e antirazzista.

Ma guai se la droga viene trovata in casa di un vip, o come in questo caso di un personaggio strettamente legato ad un leader politico. Scatta immediatamente la classica sindrome di “Piazzale Loreto” e viene fuori l’istinto forcaiolo del popolo. Pietà pelosa per i poveracci, forca per i potenti. Non c’è da stupirsi quindi se  il caso di Luca Morisi da giorni sia diventato l’argomento principale delle cronache, al punto da aver persino oscurato la conta quotidiana delle vaccinazioni e la demonizzazione costante di chi si oppone al green pass. Il tutto condito con una ricerca quasi spasmodica di particolari sempre più intriganti, piccanti, da film a luci rosse. E come sempre avviene, l’inchiesta giornalistica ha finito con il soppiantare del tutto quella giudiziaria, con i processi già celebrati ancora prima che la Procura abbia potuto accertare le oggettive responsabilità dei soggetti coinvolti.

E per concludere: forse a molti sfugge il ruolo del comunicatore politico che è quello di costruire il consenso del leader, indirizzandolo verso un sentiment popolare diffuso nel proprio bacino elettorale, con messaggi capaci di fare presa sull’opinione pubblica e accrescere così popolarità e voti. E se per la Lega è la lotta all’immigrazione, per il Pd è insistere con lo Ius Soli. Ma questo non significa che lavoro e vita privata debbano poi automaticamente coincidere. Quanti comunicatori di sinistra sarebbero poi davvero contenti di ritrovarsi il campo rom sotto casa o di vivere in un quartiere infestato di pusher o prostitute nigeriane, pur indirizzando ogni giorno la propria comunicazione verso messaggi di inclusione? Un avvocato può difendere tranquillamente un cliente anche se poi in privato dichiari di non stimarlo o di considerarlo un delinquente. E alla fine ciò che può convincere i giudici sulla non colpervolezza dell’imputato è l’arringa in aula, non certo le confidenze fatte ad amici e parenti in privato.

Quindi se Morisi ha commesso reati pagherà e saranno problemi suoi, ma abbinare tutto questo al suo lavoro di comunicatore o delegittimare l’intera comunicazione della Lega e il consenso fin qui ottenuto da Salvini, è operazione di puro e semplice sciacallaggio, speculare a quella contestata alla Bestia.  

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