Elezioni, l’analisi di Cacciari: “Pd non canti vittoria. Vera sorpresa è Calenda”

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Abbiamo raggiunto il filosofo e politologo Massimo Cacciari per discutere dei risultati delle elezioni amministrative. Il Pd canta vittoria, il centrodestra si lecca le ferite ma al tempo stesso ridimensiona i trionfalismi della sinistra. Il Movimento 5 Stelle si consola della Caporetto elettorale confidando in Giuseppe Conte. Di certo la Lega è in profonda crisi, mentre Fratelli d’Italia vede rafforzare il suo peso di partito guida del centrodestra. E infine c’è il risultato sorprendente di Carlo Calenda a Roma.

Professor Cacciari, partiamo dal primo punto. Pensa che i risultati di queste elezioni avranno ripercussioni sul governo Draghi?

“Assolutamente no. Questa è l’unica certezza, il governo non corre rischi, non li correva prima del voto e non li correrà adesso. Quindi non cambierà nulla per Draghi, può stare tranquillo, nessuno ha interesse a liquidarlo, e dopo queste elezioni mi pare ancora più evidente”.

Qual’è il primo dato che salta subito agli occhi da queste elezioni?

“La sconfitta della Lega. Me l’aspettavo sinceramente, ma non con queste proporzioni. Il tracollo di Milano è emblematico. Che Sala potesse vincere al primo turno si sapeva, ma non che il centrodestra, e il Carroccio in particolare, perdessero così pesantemente. Certamente Salvini non è finito, ma dovrà scordarsi d’ora in avanti di fare il candidato premier della coalizione”.

Come spiega la disfatta della Lega?

“Iniziamo con il dire che la pandemia ha completamente stravolto l’agenda della Lega facendo passare in secondo piano tutte quelle politiche che erano il punto di forza di Salvini, immigrazione e sicurezza, e che oggi diversamente da ciò che avveniva prima del Covid, non sono più percepite come una priorità dagli italiani. In secondo luogo le divisioni interne che si sono accentuate enormemente con l’ingresso della Lega nel governo Draghi. Ormai il dualismo con Giorgetti è evidente e ha messo in luce due diversi modelli di partito che si sono scontrati molto spesso in quest’ultimo periodo con riferimento specialmente alla questione del green pass. E in ultimo hanno sicuramente influito gli scandali degli ultimi giorni che hanno coinvolto il consulente di Salvini. Tutti elementi che messi insieme hanno determinato la sconfitta”.

Lei ha detto che, per come si sono messe le cose, vede oggi Giancarlo Giorgetti come possibile candidato premier del centrodestra. Perché?

“Perché è al momento l’unico che può discutere con i cosiddetti poteri che contano, ovvero con le istituzioni europee perché non sarebbe guardato con sospetto e ostilità, visto che non è stato mai un sovranista e anzi ha sempre mantenuto ottimi rapporti con Bruxelles, moderando le posizioni oltranziste di Salvini anche quando stava al governo con i 5S. Il fatto poi che stia oggi nel governo Draghi è una garanzia. Tenga conto che, diversamente dai trionfalismi del Pd, se si dovesse andare a votare domattina il centrodestra vincerebbe le elezioni politiche. E né Salvini, né la Meloni sarebbero nelle condizioni oggettive di guidare il governo”.

Non crede che il Pd abbia motivo di gioire?

“Gioire di cosa? Del fatto che queste amministrative gli hanno consentito una boccata d’ossigeno? Innanzitutto sono elezioni amministrative e non c’entrano nulla con le politiche. Poi adesso ci sono i ballottaggi nelle grandi città, Roma su tutte, e non sarei così sicuro di avere la vittoria in tasca”.

A Letta cosa consiglierebbe?

“Lui è stato bravo a consolidare il peso del Pd nel governo Draghi, facendolo diventare centrale, ma i problemi del partito restano irrisolti. Cosa è il Pd? Cosa vuole essere? Dove vuole andare? Che tipo di proposta politica vuole offrire in alternativa alla destra? Credo che Letta debba innanzitutto sciogliere questi nodi. Il problema del Pd è che da dieci anni ha smesso di discutere e di fare autocritica, è chiuso in se stesso. Quando perde le elezioni sta zitto perché non sa che dire, quando le vince sta zitto ugualmente perché tanto ha vinto e quindi non c’è bisogno di discutere. Ripeto, queste elezioni gli hanno concesso una boccata d’ossigeno, ma per vincere le politiche la strada è lunga”.

Intanto però un dato di fatto c’è, ovvero che dove Pd ed M5S sono alleati, il centrosinistra vince. Condivide?

“Scusi, ma dove la vede lei questa alleanza? Io l’ho vista solo a Napoli e mi pare che non basti la vittoria in un capoluogo per affermare che l’alleanza funziona. A Bologna il loro supporto è stato del tutto irrilevante e nelle altre città sono andati per conto proprio. Un’alleanza politica si fa su basi solide, progetti condivisi, e non mi pare che al momento fra Pd e 5S vi sia questa grande unità d’intenti. Anche perché ho forti dubbi sul fatto che Conte possa parlare per tutto il Movimento. Mi pare che anche qui le divisioni siano molte”.

Come giudica il risultato di Carlo Calenda a Roma?

“Ecco, direi che questa è l’unica vera sorpresa di queste elezioni amministrative”.

Perché?

“Perché Calenda è stato solo contro tutti, ha messo in campo un progetto serio di rilancio della Capitale, non un libro dei sogni, e pur non avendo alle spalle gli apparati dei partiti ha ottenuto un grande risultato superando addirittura il sindaco uscente”.

Chi sono secondo lei gli elettori di Calenda? 

“Sicuramente molti moderati del centrodestra, elettori di Forza Italia in primo luogo, che non hanno voluto votare il candidato della Meloni. Elettori del Pd scontenti della politica di avvicinamento al M5s, ma anche tanti ex elettori grillini delusi dalla Raggi, che non vogliono né Gualtieri, né Michetti e hanno trovato in Calenda l’outsider””.

A questo punto che deve fare Calenda? Schierarsi a favore di Michetti o Gualtieri o lasciare libertà di scelta?

“Fossi in Calenda farei una mossa molto intelligente. Offrirei i miei voti a Gualtieri a patto che dichiari pubblicamente di non accettare i voti della Raggi. Dichiarazione che il candidato del Pd ovviamente non farà mai”.

Pensa che Gualtieri prenderà voti dai 5S?

“Non credo proprio, anche perché c’è un aspetto da considerare. Chi ha votato Raggi ha dato un voto identitario, un voto ortodosso, chi voleva l’accordo col Pd ha votato direttamente Gualtieri al primo turno. Quindi gli elettori della Raggi non vogliono stare con il Pd e dubito che al ballottaggio andranno a votare per Gualtieri. Neanche per Michetti sinceramente, forse resteranno a casa, voteranno scheda bianca, ma ho seri dubbi che la stessa Raggi possa votare Gualtieri, almeno nel segreto dell’urna. Ma è ovvio che il candidato del Pd deve chiedere i voti del sindaco uscente, mi pare scontato. Forse li chiederà anche a Calenda ma lui ha un punto di forza a suo favore. E’ uscito dal Pd proprio per non doversi alleare con i grillini, e quindi non potrà farlo neanche a Roma sostenendo un candidato sindaco che chiede il loro sostegno. Diciamo che Gualtieri si trova in serie difficoltà”.

Quindi lei pensa che a Roma potrebbero esserci sorprese?

“Alla fine penso che vincerà Gualtieri, ma soltanto perché i ballottaggi solitamente seguono il vento del primo turno e quindi il Pd parte favorito. Ma la partita è aperta e troppe incognite potrebbero intervenire a scompaginare i giochi. Di certo il Pd potrà dire di aver vinto davvero quando avrà conquistato Roma e le altre città che vanno al ballottaggio. Ne riparleremo fra due settimane””.

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