Elezioni. L’effetto-Draghi spiega il flop della Lega e l’astensionismo

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C’è chi si accontenta dei risultati del primo turno e chi rimanda i giudizi definitivi ai ballottaggi. Ma al di là della comunicazione propagandistica, qualche spunto di riflessione è doveroso.

In una parola, numeri alla mano, “l’effetto-Draghi”. Un effetto narcotizzante e nel contempo manipolatorio. Il suo “grande centro” tecno-finanziario-bancario, organico a Bruxelles, da una parte, ha commissariato di fatto la politica, trasformando i partiti in vassalli ipocriti delle sue scelte, costretti a duellare su argomenti virtuali e non sostanziali (ius soli, Ddl Zan, voto ai 16enni etc), solo per ribadire di esistere; dall’altra ha disegnato una maggioranza parlamentare personale, apripista della maggioranza presidenziale personale, spezzando le ali estreme. Col risultato che gli stessi leader in questione sono costretti a continui referendum interni, tra chi è pro-Draghi e chi è contro.

Ad esempio, il Pd, fan e ascaro di Draghi. Il risultato amministrativo, sembra aver premiato la sua scelta governista, filo-tutto, a cominciare dalle scelte di Palazzo Chigi, fino alla campagna di vaccinazione etc.

Fine del grillismo. Altro dato inconfutabile. I risultati drammatici del Movimento non hanno premiato la gestione 2.0 di Conte, il quale ha ammesso che il processo di rinnovamento da lui gestito, ha ancora tempi lunghi.

Esce con le ossa rotte Salvini. Il suo essere di lotta e di governo, lo ha penalizzato. Non ha intercettato la protesta che è andata, specialmente a Roma, al partito della Meloni, e non ha rappresentato la sua presenza critica nel governo.
Dati alla mano, ovunque è sceso di 10 punti percentuali. Una bella sconfitta per il Capitano, in vista del congresso di dicembre, senza il suo spin doctor e con i governatori del Nord che chiedono un ritorno alle origini padane, dimenticando la prospettiva sovranista nazionale, in evidente flop.
Certamente, hanno giocato a sfavore della Lega, la scelta di candidati civici approvati con estremo ritardo e non popolari (Milano docet).

La decisione di non partecipare ieri al Cdm sulla legge delega della riforma del fisco, la dice lunga su un nervosismo strutturale del Carroccio che, questa volta, sorprendentemente, ha visto sullo stesso fronte Giorgetti e Salvini.
Le richieste poi, di Tajani di tornare a un centro-destra federato dagli azzurri e a trazione moderata, modello 1994, è roba da antiquariato.
E’ vero che il sovranismo batte in ritirata, ma anche il moderatismo liberal-liberista non è più un collante credibile: gli schemi sono altri.
Fdi, infine, è aumentata, ma non nel modo che si aspettava la Meloni.

Quindi, si prospettano tempi magri per il centro-destra. Altro che puntare su una vittoria certa alle prossime politiche, se mai ci saranno. Con questi chiari di luna è facile che vinca il continuismo di Draghi nella sua espressione politica omologata e omologante: il centro-sinistra.

Infine, altro effetto-Draghi: l’astensione. Segno di un Palazzo che si arrocca sempre di più, nella sua autoreferenzialità e un paese sempre di più, distante dalla politica nella sua versione direttoriale-tecnica. Nel 2016 l’affluenza si è attestata intorno al 62%. Alle comunali 2021 è scesa al 54%. Cosa vuol dire? Che un italiano su due, non apprezza questi partiti, queste idee, le scelte governative, Draghi, e la politica vaccinista.
Un popolo che non si riconosce nell’ammucchiata draghiana e che ancora non trova un serio interlocutore di opposizione.

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