Elezioni. L’effetto-fascismo e l’effetto-Draghi sul voto. Pd nuovo partito conservatore

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Adesso, dalle prime ore ai prossimi giorni, assisteremo alla solita retorica “post-voto”. Quella dei vincitori, che parleranno di “sindaco di tutti”, ringrazieranno i cittadini, gli amici e nemici, i loro rispettivi partiti di appartenenza, quelli che li hanno scelti prima o all’ultimo, quelli che non li hanno appoggiati, o appoggiati solo in parte; e assisteremo alla retorica dei perdenti che, a loro volta, ringrazieranno ugualmente l’universo mondo, abbozzando spiegazioni parziali e inutili (astiose o depresse).

Innanzitutto, c’è da dire che i risultati sono giunti proprio mentre a Trieste, l’unica competizione incerta, la Polizia stava usando gli idranti contro i portuali, segno di un improvviso irrigidimento del sistema (guarda caso solo dopo dimissioni del capo-popolo dei lavoratori). Un cambio di volta sicuramente favorito dall’indebolimento percepito dei partiti che in qualche misura hanno condiviso qualche istanza “No-Green Pass” e dallo speculare rafforzamento dei partiti che, viceversa, sono sempre stati ortodossi nel seguire fideisticamente la linea-Draghi.

Letta, ovviamente, si è intestato la vittoria. Il trionfo dei candidati di centro-sinistra, ha premiato la sua gestione filo-Palazzo Chigi, totalmente allineata alle scelte europee, sanitarie, economiche.
Ormai il Pd è il vero partito conservatore italiano, espressione dello status quo, dei garantiti, di quel ceto sociale che si identifica con il governo e che vive bene questo momento storico.
Ma al di là delle dichiarazioni di Letta, la sua tanto enfatizzata onda lunga riformista, non corrisponde alla realtà.

Se consideriamo l’astensione (la metà degli aventi diritto non ha votato), resa ancora più evidente nei ballottaggi, di quale consenso stiamo parlando?
Ad esempio, se Gualtieri a Roma ha ottenuto il 60% dei voti espressi, in realtà si tratta del 30% e Michetti il 10%. Ecco la verità: due terzi della popolazione rifiuta l’attuale schema politico, si astiene, come forma di dissenso e opposizione, e non trova ancora uno sbocco politico più credibile di Lega e Fdi, ritenuti alla prova dei fatti, troppo ambigui, deboli e ambivalenti. Salvini non è piaciuto sia nella sua versione di lotta, sia nella versione di governo. La Meloni idem. Pure il suo patriottismo di lotta e di governo, è stato giudicato poco incisivo. Serve per rafforzare una bandierina, ma non a vincere, a governare.
Per non parlare dei candidati civici, poco popolari, non idonei alla contesa elettorale, dimostrazione ulteriore che la moderazione come viatico per vincere, come magica strategia politica, è un dogma ideologico, non supportato dai fatti.

Le battaglie politiche si fanno con identità e programmi forti, riconoscibili, leader in grado di galvanizzare, mobilitare, far sognare.
Certamente, lo spettacolo antifascista montato ad arte, ha avuto i suoi effetti, ma nel senso di condizionare e orientare una borghesia radical e liberal, già orientata verso il centro-sinistra. Ma non ha fatto scattare la reazione opposta da parte di quel settore di opinione pubblica anticomunista e libero che invece, ha continuato a disertare le urne.
Sì, perché questa sconfitta amministrativa è la sconfitta di Salvini e della Meloni: candidati imposti e sbagliati, mancanza di classe dirigente spendibile, degna del nome, dopo i capi e i relativi sottocapi.

Un bel problema da recuperare in vista delle politiche future. Adesso, numeri alla mano, si azzererà tutto: leadership, collante politico, prospettive (sovraniste, liberali, conservatrici?).

Quindi, un “effetto-fascismo” e un “effetto-Draghi”, la cui premiership sta narcotizzando i partiti di maggioranza, obbligandoli a un referendum quotidiano su lui, facendoli convergere in un grande centro che spezza le ali alle estreme, e dando l’impressione agli italiani che le scelte vere, non le schermaglie ideologiche (come i duelli tra Salvini e Letta), si giochino in altre sedi e siano affare privato di Draghi e pochi altri suoi fidati.
Draghi da un lato, e dall’altro, la mancanza di un partito capace di interpretare la congiunzione tra area “No-Green Pass, area No-Vax, mondo del lavoro di base contro sindacati di vertice, orfani del grillismo e orfani di una destra identitaria, popolare, sono gli elementi di uno scenario liquido, che può portare sia al definitivo commissariamento della politica, in salsa-Bruxelles, sia alla sua ridefinizione su basi nuove.

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