Ddl Zan, sul Quirinale Letta “non sta sereno”

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Da ieri sera si guarda con grande preoccupazione al voto andato in scena al Senato che ha affossato il Ddl Zan. Ma le preoccupazioni non riguardano il disegno di legge in sè, quanto il messaggio che il voto ha lanciato. Ossia che con il voto segreto Pd e soci rischiano la Caporetto. E questo “avvertimento” giunge a pochi mesi dall’elezione del Capo dello Stato, che avviene proprio a scrutinio segreto.

La storia insegna che il pericolo maggiore è costituito dai franchi tiratori che spesso hanno fatto saltare candidature vincenti sulla carta, impallinando nel segreto dell’urna candidati eccellenti (da Forlani a Marini finendo con Prodi). E ieri sono stati proprio i franchi tiratori a determinare l’affossamento di una legge che sulla carta aveva i numeri per non essere bocciata.

Quando si sono eletti gli ultimi presidenti della Repubblica le maggioranze erano di centrosinistra e alla fine, pur cercando la più ampia convergenza, Pd e alleati riuscivano comunque ad eleggere un candidato di area (Napolitano prima, Mattarella dopo) anche senza i voti del centrodestra. Stavolta invece i numeri sembrano stare dalla parte opposta, considerando che il centrodestra governa la stragrande maggioranza delle regioni che esprimeranno i delegati chiamati a votare il Capo dello Stato.

Quindi Letta e company dovranno scordarsi altri colpi di testa come quello che è andato in scena sul Ddl Zan, forzando la mano e andando di fatto a sbattere contro un muro.

A preoccupare il Pd sono soprattutto due fattori: la compattezza del centrodestra che sul Quirinale è deciso a marciare unito passando sopra alle polemiche post elettorali, e Matteo Renzi che tenterà di giocare il ruolo di ago della bilancia e farà di tutto per avere un ruolo decisivo nella scelta del successore di Mattarella.

In uno scenario del genere, il candidato al Colle dovrà necessariamente seguire lo “schema Ciampi”, che portò l’ex presidente, nel 1999, ad essere eletto con una percentuale bulgara già al primo scrutinio, grazie ad un accordo di ferro fra Veltroni e Berlusconi. Il Ciampi ideale oggi sarebbe Mario Draghi ma appare decisamente improbabile che l’attuale premier possa lasciare il lavoro di governo a metà. Il fatto che sulla manovra economica stia tirando dritto senza curarsi minimamente dei maldipancia che provengono dalla sua maggioranza e dai sindacati, secondo molti sarebbe il segnale che al Quirinale Draghi non penserebbe proprio, altrimenti starebbe molto attento a non disperdere il consenso costruito intorno a sé. 

Quindi non sarà facile trovare un nome che possa favorire la massima convergenza, mettendo al riparo il candidato dalle manovre dei franchi tiratori. Che come ieri sul Ddl Zan e come avvenuto in passato, potrebbero scompaginare accordi e rapporti di forza. Letta, che appena una settimana fa festeggiava la vittoria alle amministrative, è proprio destinato a non “stare sereno”.

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