Effetto-Quirinale. Draghi non avrà i numeri per il Colle, Salvini per Palazzo Chigi

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Quali e quante trappole si nascondono dietro la scelta del prossimo capo dello Stato? Un po’ come l’effetto “matrioska”. Si vede una cosa, ma svitando-svitando, se ne vede subito un’altra e un’altra ancora.

Ad esempio, Salvini sembra sincero quando propone insistentemente Draghi come presidente della Repubblica? Certamente no. Con questa comunicazione riesce almeno in tre obiettivi.
Primo, non si lascia sfuggire la Meloni che, sul piano della identità tosta rischia di surclassarlo, come voti e come gradimento presso l’elettorato più classicamente di destra. Andando al voto anticipato i due, infatti, pensano di vincere.

Secondo, non si lascia sfuggire Giorgetti, che insieme ai governatori del Nord, di fatto pensa a un’altra Lega (che piace a Draghi), una sorta di Dc-2.0, interna al Ppe, europeista, più liberista e speculare a Fi.
Terzo, non si lascia sfuggire la possibilità di tornare a Palazzo Chigi da protagonista.
Troppo per una persona sola al comando. Troppo per un leader che comincia a essere usurato e che stenta ormai a federare tutte le anime del suo partito (il congresso incombe), e a mantenere la leadership dello schieramento, finché avrà i numeri dalla sua.

Anche perché, la stessa Meloni difficilmente si farà prendere, catturare, al di là dei sorrisi e delle moine pubbliche che i due fanno continuamente, a beneficio di stampa, istituzioni e rispettivi popoli. Rassicurazioni che lasciano il tempo che trovano. La “Capitana” ha già cambiato denominazione a Fdi come partito-guida del centro-destra: non più liberista, non più sovranista, ma conservatore, ritenendo che questo collante, in linea con la sua dimensione internazionale, possa funzionare meglio, recuperare consensi (come al voto amministrativo), e inglobare le sensibilità sociali, liberali e sovraniste-leghiste.

Intervistato di recente il Capitano, non a caso, ha balbettato circa il Dna dello schieramento. Ha usato termini confusi e ambigui che ricordano vecchie definizioni usate quando An era in difficoltà, in crisi di crescita: “Siamo liberali, patrioti, credenti, fascismo e comunismo sono idee morte”.

Troppo anche sperare in una vittoria certa del centro-destra: diviso, rissoso senza mastice. Una nave che oscilla tra moderazione sbiadita (non avendo una forza vincente, come un tempo gli azzurri), e antiche contrapposizioni, che magari consentono brevi affermazioni, ma non portano a governare.

Resta da considerare il giochetto che Salvini sta facendo con Draghi. Se il premier si sposta al Quirinale, il Capitano pensa di avere partita facile per sedersi sul trono, ripetiamo: o andando a elezioni anticipate, o prevalendo alla scadenza della legislatura.
Ma se Draghi diventa papabile, a sua volta, potrebbe essere impallinato, sia da i peones che non vogliono andare al voto (per paura di non essere rieletti, si pensi alla mattanza del taglio dei parlamentari e forse alla nuova legge elettorale in fieri), sia da eventuali franchi tiratori (i famosi 100 che impallinarono Prodi e Marini). Col risultato che Super-Mario non avrebbe i numeri per il Colle. Ma nemmeno Salvini i numeri per Palazzo Chigi.

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