Cdx. Cosa c’è veramente dietro le dichiarazioni di Salvini ad Atreju

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Come interpretare lo stato di salute del centro-destra, attraverso le mezze frasi di Salvini, dette ad uso e consumo di giornalisti e opinione pubblica (giornalisti sempre più velenosi e opinione pubblica sempre più disorientata dagli effetti nefasti della strategia di lotta e di governo del Capitano)?

Semplice: basta leggerle tra le righe. Decodificare quello che Salvini ha detto ad Atreju, storica kermesse di Fdi, questa volta in fortunata versione natalizia.
Tema-Silvio al Quirinale. “Non è e non sarà un candidato di bandiera”: ciò vuol dire che Matteo punterà decisamente su questa soluzione. Ma ci sono due ma: primo, chi conosce la politica e le sue regole, sa perfettamente che chi entra papa in Conclave esce cardinale. E, una cosa è certa, Salvini intende non perdere il suo possibile ruolo di mediatore trasversale, che sarà la vera base per scegliere il successore di Mattarella. Ne consegue che tutto farà meno che imporre un nome, confermando l’assunto che Berlusconi sarà di fatto un candidato di bandiera.

Secondo, l’obiettivo principe, al di là delle rassicurazioni, è liberarsi di Draghi, evitando danni al fatto che sta con lui in maggioranza, spedendolo al Colle, pure a rischio che super-Mario venga impallinato. Così si andrebbe al voto, come piace alla Meloni.
Quindi, la frase pronunciata “Berlusconi al Colle e Draghi a Palazzo Chigi”, sa di marketing e di mero pragmatismo. Per non parlare dei continui peana rivolti al premier, che fanno sicuramente arrabbiare Giorgia: “Quello che fa l’ex capo della Bce, è negli interessi degli italiani”. Un vero e proprio atto di fedeltà che smentisce secoli di polemiche e posizioni euroscettiche, e che mira a contenere unicamente la svolta di Giorgetti (Lega: nuova Dc e dentro il Ppe).

Tema-Governo di centro-destra. Alla domanda “se Fdi prendessero più voti della Lega, parteciperebbe da ministro ad un esecutivo Meloni?”, lui ha risposto senza battere ciglio: “Certo, da noi la democrazia conta, la cosa importante è avere un voto più degli altri”. Tradotto, il prossimo governo di centro-destra lo guiderò io. Il risultato è che non smette, ma continuerà la guerra interna per la supremazia nello schieramento. Una guerra che ha già fatto morti e feriti: si è visto soprattutto nella scelta di candidati cosiddetti civici drammaticamente perdenti alle scorse amministrative.

D’altra parte, in pochi scommettono sulla compattezza di un centro-destra (pur prevalente nei sondaggi), che al momento, ha grandi difficoltà a rinnovare la propria classe dirigente, e a trovare una minima compattezza culturale e politica. Domanda: è ancora a trazione sovranista, liberista, moderata, patriottica, liberale? O forse, sta posizionandosi verso una nuova identità conservatrice, come pensa la Meloni?

Tema-presidenzialismo. Altra cartina di tornasole. Sono decenni che la destra propone questa ipotesi alternativa. Ma, tenendo presente, una realtà tuttora non libera e liberata dall’emergenza pandemica, economica, sociale e istituzionale, ancora una volta questa battaglia rischia di affogare nell’astrattezza, in quel mito incapacitante ideologico e impolitico, tipico della destra, che ha sempre caratterizzato chi conta poco in politica (perché relegato all’opposizione o emarginato dai vari archi costituzionali antifascisti). Come dire, tanto fumo negli occhi all’elettorato, poca sostanza in parlamento.
Quel “certamente firmerò” la sottoscrizione presidenzialista della Meloni, pronunciato da Salvini, esprime tutta la sua reale perplessità su una bandiera ideale impraticabile, con l’unico scopo di compattare e motivare le rispettive basi.
I veri giochi della politica sono altri. E il centro-destra potrebbe perdere la centralità della partita.

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