Nell’ultimo discorso del presidente c’è stato un aspetto commovente e uno preoccupante. In qualche misura, due lati della stessa medaglia. Cioè: il vulnus e le potenzialità ancora possibili della Repubblica.
Il vulnus è evidente (il mio è un atto di dolore): stiamo parlando dello stato dell’arte di una società tutt’altro che pacificata, unita e solidale. Da questo punto di vista, il disegno che ha affrescato Sergio Mattarella è apparso purtroppo retorico, astratto e ideale. Più un suo commiato aureo, una proiezione, obbligatoriamente positiva, tanto per lasciare un testimone virtuoso a chi verrà dopo di lui e una buona impressione ai telespettatori.
Le potenzialità “possibili”, perché ancora una volta, dipenderà dagli italiani come ripartire, come riscattarsi. Indipendentemente da una classe politica scadente, mediocre, incompetente. E la strada maestra è ovviamente, la Costituzione, una Carta che nei valori e nelle sue applicazioni specifiche, data la perdurante condizione emergenziale, è stata spesso esautorata, scavalcata, e in qualche momento, tradita, da provvedimenti governativi opachi e dubbi.
Ecco, durante i 15 minuti del discorso, ho provato, sentito sulla mia pelle la distanza incolmabile tra istituzioni e politica. Un gap che sicuramente anche lui avrà vissuto. E che credo, non abbia risparmiato nessun capo di Stato in passato.
Mattarella ha parlato in piedi. Fornendo un’immagine volutamente dinamica, da fine mandato. Il messaggio è stato chiaro: “Me ne sto andando. Sono in cammino. Non sto seduto, ho smesso di indirizzare, consigliare”; svolgere quel compito di moral suasion, di promozione attiva della legalità costituzionale, che tra l’altro, ha svolto egregiamente. Dovendo governare una barca instabile e in costante tempesta: elezioni politiche che non hanno fornito maggioranze omogenee, due governi “creativi” (gialloverde e giallorosso), e un governo tecnico, di tregua, voluto da lui, che di fatto ha commissariato la politica (obiettivi: la gestione pandemica e il Recovery), riducendo le dinamiche partitiche e parlamentari a schermaglie periferiche e ininfluenti, e Camera e Senato a meri certificatori delle scelte di Palazzo Chigi (si è visto pure recentemente con la manovra).
In soldoni, un “arbitro” quanto è bastato e un “capitano” al momento opportuno (nelle fasi d’eccezione). Ricordiamo le sue bacchettate contro i sovranismi, i suoi appelli per la campagna vaccinale, l’europeismo etc.
E ha ribadito la sua indisponibilità a restare: “Tra pochi giorni si concluderà il mio ruolo di presidente”. E non per suo gusto personale, ma perché così “prevede la Costituzione”. E se lo dice la Carta, non c’è (e non ci sarà?) spazio per alcun ripensamento: il 3 febbraio del 2022 scadrà il suo mandato. Nessun colpo di scena, nessun cambio di linea. Nessun riferimento al quadro politico, agli scenari attuali e futuri.
Solo l’identikit (scontato) del presidente della Repubblica, forse per rispondere alla richiesta della Meloni di un capo di Stato “patriota” (patriota per ideologia, per appartenenza, per ufficio, per dovere costituzionale?): “I capi di Stato devono spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale”.
Parole ovvie, ma doverose.
La cosa che va sottolineata però, è un tema di fondo: che Italia c’è, che Italia è stata quella di Mattarella e che Italia sarà nel 2022?
L’impressione è che ci sia una società a tre facce, tre velocità.
Un Palazzo lontano, dormiente, deresponsabilizzato, incapace di leggere la realtà, se non attraverso lenti ideologiche morte e sepolte. E incapace di dire la verità al Paese.
Milioni di italiani incanagliti, divisi, resi paranoici da campagne militari e terroristiche di comunicazione, che hanno solo puntato sulla paura e sui capri espiatori (ad esempio, i no vax), evitando pericolose rese di conti su una organizzazione vaccinale scadente e piena di contraddizioni. Una classe politica, poi, furba e vigliacca, che ha delegato i “soloni in camice bianco”, a pontificare da sacerdoti sul virus e sul dio-vaccino, smentendo e smettendo quel ruolo empirico che è l’anima della scienza (ci si vaccina per scienza, non per fede).
Politici e “scienziati” (e giornalisti), responsabili della attuale guerra civile psicologica tra i cittadini. Altro che società unita, solidale e pacificata.
E poi, tanta crisi economica, nessun provvedimento degno di nota. Unicamente decisioni-tampone, in vista di un altro dio, di un altro mantra: i soldi del Recovery. Argomento che merita una successiva trattazione (quando ci accorgeremo che sono prestiti da pagare con le tasse, quando vedremo come le Regioni utilizzeranno i fondi, e già in merito ci sono le prime inquietanti avvisaglie; insieme all’incombente prossimo black out energetico, oltre alle bollette esorbitanti di gas e luce, che sarà l’autostrada per imporre la transizione energetica).
Tante categorie professionali in fin di vita: un’eutanasia coerente con la nuova società che Bruxelles sta costruendo (dematerializzazione del lavoro, desocializzazione delle comunità).
E i giovani tanto elogiati da Mattarella? Gli è stato rubato il futuro. Politici, economisti, esperti, intellettuali, medici, dovranno spiegare loro, come faranno a pianificare le loro vite, se il domani è solo lo spazio di una nuova variante che potrebbe ucciderli?
Ai posteri l’ardua sentenza. Che nemmeno il prossimo presidente della Repubblica potrà emanare.



