Quirinale. Quale Italia lascia Mattarella? Facciamo un bilancio

7 minuti di lettura

Nell’ultimo discorso del presidente c’è stato un aspetto commovente e uno preoccupante. In qualche misura, due lati della stessa medaglia. Cioè: il vulnus e le potenzialità ancora possibili della Repubblica.

Il vulnus è evidente (il mio è un atto di dolore): stiamo parlando dello stato dell’arte di una società tutt’altro che pacificata, unita e solidale. Da questo punto di vista, il disegno che ha affrescato Sergio Mattarella è apparso purtroppo retorico, astratto e ideale. Più un suo commiato aureo, una proiezione, obbligatoriamente positiva, tanto per lasciare un testimone virtuoso a chi verrà dopo di lui e una buona impressione ai telespettatori.

Le potenzialità “possibili”, perché ancora una volta, dipenderà dagli italiani come ripartire, come riscattarsi. Indipendentemente da una classe politica scadente, mediocre, incompetente. E la strada maestra è ovviamente, la Costituzione, una Carta che nei valori e nelle sue applicazioni specifiche, data la perdurante condizione emergenziale, è stata spesso esautorata, scavalcata, e in qualche momento, tradita, da provvedimenti governativi opachi e dubbi.

Ecco, durante i 15 minuti del discorso, ho provato, sentito sulla mia pelle la distanza incolmabile tra istituzioni e politica. Un gap che sicuramente anche lui avrà vissuto. E che credo, non abbia risparmiato nessun capo di Stato in passato.
Mattarella ha parlato in piedi. Fornendo un’immagine volutamente dinamica, da fine mandato. Il messaggio è stato chiaro: “Me ne sto andando. Sono in cammino. Non sto seduto, ho smesso di indirizzare, consigliare”; svolgere quel compito di moral suasion, di promozione attiva della legalità costituzionale, che tra l’altro, ha svolto egregiamente. Dovendo governare una barca instabile e in costante tempesta: elezioni politiche che non hanno fornito maggioranze omogenee, due governi “creativi” (gialloverde e giallorosso), e un governo tecnico, di tregua, voluto da lui, che di fatto ha commissariato la politica (obiettivi: la gestione pandemica e il Recovery), riducendo le dinamiche partitiche e parlamentari a schermaglie periferiche e ininfluenti, e Camera e Senato a meri certificatori delle scelte di Palazzo Chigi (si è visto pure recentemente con la manovra).

In soldoni, un “arbitro” quanto è bastato e un “capitano” al momento opportuno (nelle fasi d’eccezione). Ricordiamo le sue bacchettate contro i sovranismi, i suoi appelli per la campagna vaccinale, l’europeismo etc.
E ha ribadito la sua indisponibilità a restare: “Tra pochi giorni si concluderà il mio ruolo di presidente”. E non per suo gusto personale, ma perché così “prevede la Costituzione”. E se lo dice la Carta, non c’è (e non ci sarà?) spazio per alcun ripensamento: il 3 febbraio del 2022 scadrà il suo mandato. Nessun colpo di scena, nessun cambio di linea. Nessun riferimento al quadro politico, agli scenari attuali e futuri.

Solo l’identikit (scontato) del presidente della Repubblica, forse per rispondere alla richiesta della Meloni di un capo di Stato “patriota” (patriota per ideologia, per appartenenza, per ufficio, per dovere costituzionale?): “I capi di Stato devono spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale”.
Parole ovvie, ma doverose.

La cosa che va sottolineata però, è un tema di fondo: che Italia c’è, che Italia è stata quella di Mattarella e che Italia sarà nel 2022?
L’impressione è che ci sia una società a tre facce, tre velocità.
Un Palazzo lontano, dormiente, deresponsabilizzato, incapace di leggere la realtà, se non attraverso lenti ideologiche morte e sepolte. E incapace di dire la verità al Paese.
Milioni di italiani incanagliti, divisi, resi paranoici da campagne militari e terroristiche di comunicazione, che hanno solo puntato sulla paura e sui capri espiatori (ad esempio, i no vax), evitando pericolose rese di conti su una organizzazione vaccinale scadente e piena di contraddizioni. Una classe politica, poi, furba e vigliacca, che ha delegato i “soloni in camice bianco”, a pontificare da sacerdoti sul virus e sul dio-vaccino, smentendo e smettendo quel ruolo empirico che è l’anima della scienza (ci si vaccina per scienza, non per fede).
Politici e “scienziati” (e giornalisti), responsabili della attuale guerra civile psicologica tra i cittadini. Altro che società unita, solidale e pacificata.

E poi, tanta crisi economica, nessun provvedimento degno di nota. Unicamente decisioni-tampone, in vista di un altro dio, di un altro mantra: i soldi del Recovery. Argomento che merita una successiva trattazione (quando ci accorgeremo che sono prestiti da pagare con le tasse, quando vedremo come le Regioni utilizzeranno i fondi, e già in merito ci sono le prime inquietanti avvisaglie; insieme all’incombente prossimo black out energetico, oltre alle bollette esorbitanti di gas e luce, che sarà l’autostrada per imporre la transizione energetica).

Tante categorie professionali in fin di vita: un’eutanasia coerente con la nuova società che Bruxelles sta costruendo (dematerializzazione del lavoro, desocializzazione delle comunità).
E i giovani tanto elogiati da Mattarella? Gli è stato rubato il futuro. Politici, economisti, esperti, intellettuali, medici, dovranno spiegare loro, come faranno a pianificare le loro vite, se il domani è solo lo spazio di una nuova variante che potrebbe ucciderli?
Ai posteri l’ardua sentenza. Che nemmeno il prossimo presidente della Repubblica potrà emanare.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Bilancio governo, non un Draghi ma un gattino. Il miracolo non c’è stato

Articolo successivo

Calciomercato: Fiorentina. Ufficiale l’arrivo di Ikoné dal Lille

0  0,00