QuiriMale-4. Bianco e biancofiore: Casini in pole e Mattarella sfonda

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Chissà come sarà andato il summit del centro-destra ieri mattina. Una cosa è certa: si continua a bluffare. Nascondendosi dietro un pesante fraintendimento istituzionale. Che funziona così: lo schieramento che prende l’iniziativa di proporre dei suoi nomi, sa perfettamente (in mancanza di una maggioranza presso i grandi elettori), che saranno bocciati. Peggio, se dall’altra parte, c’è una sinistra che, al di là delle frasi di circostanza profuse a piene mani, storicamente legittima e delegittima prima ideologicamente e moralmente, poi politicamente, la destra.

La triade “Nordio-Pera-Moratti”, infatti, è stata pensata per stanare gli avversari. E infatti, come accaduto con Berlusconi, è stata rispedita al mittente. Con la motivazione dello “schema sbagliato”. Medesima bocciatura della Casellati (la carta coperta), seconda carica dello Stato, cassata in via preliminare, non per ragioni legate alla persona, ma per “lesa maestà metodologica”.

Sì, perché, specialmente il Pd, ritiene di incarnare religiosamente per Dna il metodo, lo schema oggettivo (se il centro-destra si adegua, bene. Altrimenti nisba). E a fondamento del suo atteggiamento formalmente ineccepibile (ma culturalmente figlio della sua secolare superiorità etica), c’è il fatto che destra e sinistra sono al governo insieme. Quindi (la strada corretta che pretende Letta): prima enclave comune, poi la spunta dei nomi (veti reciproci), e infine la scelta giusta.

A questo punto viene da chiedersi, per quale ragione, Salvini, sapendo che sarebbe andata a finire così, ha fatto la melina che abbiamo visto. Solo per riacquistare una centralità di movimento da rivendersi all’esterno? Il Capitano, come noto, soffre quando il gioco non lo vede protagonista. Ed evidentemente ha colto l’occasione della nomina del presidente per riacquistare quella visibilità che con Draghi ha gradualmente perso (si è visto con la lacerante strategia “di lotta e di governo”, che ha ridotto notevolmente i suoi consensi alle ultime amministrative).

Oppure, c’è l’altra interpretazione: sta barattando “Draghi al Quirinale” per radicarsi maggiormente nel governo (si legga rimpasto), anche se durerà un altro anno e mezzo.
“Operazioni e manipolazioni repubblicane”, che pure ieri, nella prima giornata a maggioranza non qualificata (sufficienti 505 voti per scegliere il capo dello Stato), si sono tradotte nell’ulteriore ondata di schede bianche, ma sempre meno (261), rispetto a l’altro ieri. Blocco politico e pretesto pure per il consueto divertimentificio con nomi provocatori, sognati o scherzosi.

In questo quadro va letto il sorprendente successo di Sergio Mattarella che ha ottenuto 166 voti (il 30% del totale). Le ragioni della sorpresa? Almeno tre: la zattera sicura degli inconfessabili in alternativa alla confusione attuale (che conferma l’ipotesi di un auspicato suo prolungamento fino alla scadenza della legislatura); una protesta dei parlamentari dem di base contro i vertici del partito, che hanno preteso per ieri il voto bianco; infine, la reazione spontanea dei peones (grillini compresi) che annaspano tra stima per il capo di Stato uscente e autoconservazione della poltrona.

E ora? Mattarella a parte, a detta dei leader che contano, ormai la scelta dell’uomo di alto spessore e profilo, sarebbe imminente. Se per Renzi oggi si chiude la partita, Letta ha dichiarato che non ci sarà “mai un presidente di destra”. Ergo, Salvini e il capo dem per uscirne, dovranno perdere vincendo o vincere perdendo. Con un Casini di genere la partita si può disputare.

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