Lascia o raddoppia. Siamo ancora dentro l’annoso quesito della storica trasmissione tv.
Cosa fanno i leader quando sono in crisi, quando non sanno più cosa dire e fare, o quando non si dimostrano all’altezza della situazione? Anziché prendere atto e farsi da parte, o accennare a una doverosa autocritica, raddoppiano. Danno la colpa agli altri, si autoassolvono e lanciano la palla verso il cielo.
Salvini (per gestire il suo congresso federale), infatti, ha raddoppiato. Usando la parola forse più sputtanata e svuotata del centro-destra: il partito repubblicano, brand usato in tutte le salse che ricorre ossessivamente e ciclicamente, come mantra e miraggio salvifico dello schieramento.
Una parola che sottintende un aspetto tecnico e organizzativo non da poco: il trito e ritrito dibattito sulla federazione, la confederazione dei vari partiti alleati, con obiettivo ultimo, il partito unico, passando prima per l’unità dei programmi e dell’attività dei gruppi parlamentari.
E’ da mesi che Salvini, Berlusconi e la Meloni parlano di questo, senza arrivare a niente. E adesso, dopo il fiasco delle nomination per il Quirinale, si pensa all’ennesima miovola?
E’ da decenni che il centro-destra si unisce, si divide, si struttura in partito unico (Pdl), poi torna al punto di partenza (Fi e An-Fdi), alternando solo i capi, gli ispiratori, i suggeritori, i protagonisti e le comparse.
Ma i risultati sono sempre stati negativi, l’implosione dei progetti, delle aspettative e la prevalenza delle logiche egoistiche di parte (la guerra intestina per la leadership).
E ovvio che anche ora, al di là del consiglio federale della Lega, già Fi e Fdi hanno bocciato l’ipotesi di lavoro salviniana.
La Meloni ha detto che il centro-destra lo rifonda lei, su basi totalmente nuove, anche se non si capisce con chi, e che l’idea repubblicana-conservatrice è sua. Berlusconi, addirittura ne ha rivendicato la primogenitura, non chiarendo se intende la proposta di un anno fa o addirittura lo stesso Pdl, morto e sepolto.
Insomma, un ritorno al passato per digerire il presente che non va bene.
E che ricorda esperienze negative: l’accostamento all’Elefantino (il simbolo dei repubblicani Usa), l’alleanza An-Segni anti-Cavaliere, che non andò proprio bene a Fini.
E poi, cosa si intende per partito repubblicano, oltre l’odiosa esterofilia che colpisce la classe politica italiana, quando non riesce a esprimere una sua originalità? L’aggregazione organica di più anime? Ma il punto è proprio questo. A parte, se ci sono tante anime in uno schieramento, basta un’alleanza elettorale o programmatica (che se passa il proporzionale sarà facile). Ma se la scommessa è l’omogeneità culturale, come premessa per la governabilità coerente, come riusciranno ad andare d’accordo, sociali, conservatori, laici, cattolici, euroscettici, filoeuropei, statalisti, liberisti, identitari e filo-Ppe? Intorno a un’idea-forza superiore o a un leader carismatico, federatore, che al momento manca?
E che dire dei nuovi effervescenti cespugli che sono emersi nell’ultima tornata quirinalizia (Toti, Brugnaro, Cesa, Quagliariello, Lupi etc), molto più vicini a Renzi e Calenda che non ai sovranisti?
Un partito repubblicano attualizzato al quadro politico italiano, potrebbe solo connotarsi come una destra laica, moderna, dei diritti e dei doveri, della legalità, ma che sarebbe distante anni luce da Salvini e dalla Meloni, dai centristi e da ciò che resta degli azzurri.



