Mattarella, le parole dette e i messaggi in codice

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Un primo dato sul discorso di insediamento del riconfermato Presidente della Repubblica Sergio Mattarella salta subito agli occhi: non è sembrato affatto il discorso di un presidente “a termine”, visto che in nessun passaggio Mattarella ha ventilato l’ipotesi di poter interrompere anzitempo il suo secondo settennato. Che poi lo faccia non è da escludere, ma il suo discorso è sembrato quello di un Capo dello Stato che intende svolgere pienamente i suoi compiti, senza vincoli o impegni di sorta in grado di ipotecare il suo futuro.

Parlando delle dinamiche che hanno portato alla sua rielezione ha detto: “Le attese dei cittadini più insofferenti alla politica sarebbero state fortemente compromesse dal prolungarsi di uno stato di forte incertezza”. E riferendosi ai giorni travagliati delle trattative che hanno occupato tutta la scorsa settimana, li ha definiti «travagliati per tutti, anche per me». Con la dovuta diplomazia è apparso evidente come Mattarella abbia chiaramente bacchettato l’intera classe politica per la mala gestione legata alla partita della sua successione fino a definirsi suo malgrado una sorta di “salvatore della patria” che ha messo fine al teatrino e ha restituito fiducia ai cittadini legittimamente indignati per quanto andato in scena. E ha ammesso di aver vissuto quei giorni con travaglio, forse consapevole sin da subito che alla fine sarebbe toccato a lui salvare la situazione. E sorprende che queste parole siano state accompagnate dallo scroscio degli applausi dei grandi elettori, gli stessi verso cui il Capo dello Stato si è rivolto con una critica velata, quanto forte. Perché, inutile girarci intorno, il Presidente ha chiaramente certificato il fallimento della politica, incapace di individuare una figura unitaria che non fosse la sua.

Il passaggio del discorso che però ha colpito di più è stato quello inerente il ruolo del Parlamento. Mattarella ha detto: “Vanno tenute unite due esigenze irrinunciabili: rispetto dei percorsi di garanzia democratica, e insieme tempestività delle decisioni. Per questo è essenziale il ruolo del Parlamento, come luogo della partecipazione e della costruzione del consenso intorno alle decisioni che si assumono. Il luogo in cui la politica riconosce, valorizza e immette nelle istituzioni ciò che di vivo emerge dalla società civile. Così come è decisivo il ruolo e lo spazio delle autonomie, il dualismo delle istituzioni, vissuto con spirito di collaborazione, come abbiamo visto nel corso dell’emergenza pandemica, rafforza la democrazia e la società”.

Un passaggio che molti hanno letto come un chiaro invito al governo a restituire la centralità delle decisioni al Parlamento dopo due anni in cui tutto è passato unicamente attraverso ben altre cabine di regia, con il luogo simbolo della democrazia di fatto relegato ai margini. Come se da parte del rieletto Capo dello Stato vi sia la volontà di aprire una stagione nuova, che non sia più all’insegna dell’emergenza ma del pieno ritorno alle regole costituzionali. Quella Costituzione che ha giurato di voler continuare a seguire e rispettare (anche se molti l’accusano di aver contribuito a capestarla). “La lettera e lo spirito della nostra carta continueranno a essere il punto di riferimento della mia azione”. Come dire, adesso si torna alla normalità.

E poi ancora: “Quel che appare comunque necessario, nell’indispensabile dialogo tra governo e parlamento, è che particolarmente sugli atti fondamentali di governo del paese, il parlamento sia posto in condizione sempre di poterli esaminare con tempi adeguati. La forzata compressione dei tempi parlamentari rappresenta un rischio, non certo minore di ingiustificate e dannose dilatazioni dei tempi”. Insomma, un chiaro invito al governo a cambiare registro. La sensazione è che Mattarella abbia voluto far capire a Draghi che non sarà disposto a concedere altre deroghe al rispetto delle regole,  come magari ha fatto in questi mesi sotto la spinta dell’emergenza pandemica. Se fino ad oggi ha chiuso un occhio, da adesso in poi forse li terrà tutti e due ben aperti.

Forse una frecciatina in direzione del premier che non è stato capace di creare intorno al suo nome quella condivisione che tutti si sarebbero aspettati? E che, giocando male le sue carte, lo ha obbligato a restare in sella? 

Dopo il richiamo quasi immancabile alla necessità di una seria riforma della Giustizia (ma di questo si parla da anni, non è una novità), interessante anche il passaggio sul concetto di dignità che ha toccato il tema delle morti sul lavoro, dei femminicidi, della lotta al razzismo e all’antisemitismo,  del sovraffollamento carcerario ma anche il diritto delle madri lavoratrici a non dover subire il ricatto di scegliere fra lavoro e maternità. “È anzitutto la nostra dignità che ci obbliga a combattere la tratta e la schiavitù degli esseri umani –  ha continuato Mattarella – dignità è il rispetto degli anziani che non possono essere lasciati alla solitudine, è contrastare la povertà, è un paese libero dalle mafie,  è assicurare il diritto dei cittadini a un’informazione libera e indipendente». Chissà se i giornalisti del mainstream si saranno limitati soltanto a scrivere le parole del Presidente o avranno colto l’occasione per farsi finalmente un serio esame di coscienza, dopo due anni passati ad aizzare il conflitto sociale e sanitario nel Paese?

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