Quirinale parafulmine. Le parole del capo dello Stato e i “fatti” del parlamento

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L’impressione ricavata dal discorso di reinsediamento del presidente Sergio Mattarella è quella di uno sconsolante abisso, di una totale distanza tra istituzioni, politica e paese reale.
Non ingannino, infatti, i 55 applausi di un parlamento in seduta comune: tutta scena, tutto spettacolo. Una smielata e ruffiana fiction da parte di un ceto politico che si è garantito la sopravvivenza e lo stipendio per un altro anno e mezzo, scaricando sul Quirinale oneri e onori. Col ruolo di parafulmine.

Troppo facile, troppo scontato. La ola reiterata, il tifo da stadio, la parte destra intenta ad applaudire alcuni passaggi e la parte sinistra altri. E le parti insieme a sottoscrivere con gioia argomenti generali, indicazioni, suggerimenti “generici” e quindi, validi e digeribili trasversalmente.
Una foto grottesca, quasi comica. Deputati e senatori sembravano la prima fila della platea di Sanremo. “Pupazzi” ammaestrati, contenti di averla passata liscia.
E che addirittura sono stati solennemente omaggiati dal discorso, quando il presidente ha criticato l’esautorazione di Montecitorio e Palazzo Madama nei percorsi legislativi. Tradotto: i Dcpm di Conte e i Decreti legge di Draghi. Un no deciso al verticismo direttoriale-napoleonico, il primo (di Conte) in salsa populista e social, il secondo (di Draghi) in salsa tecnocratica.

D’altra parte, Mattarella doveva pur restituire il favore ai peones che, durante le nomination repubblicane, prima lo hanno votato per mero tributo sentimentale, poi dando un segnale preciso ad una maggioranza di governo, impegnata unicamente a bruciare nomi, persone, storie, nel gioco vergognoso e stucchevole dei veti incrociati, delle rose e delle provocazioni, al solo fine elettorale, propagandistico, o per alzare il tiro rispetto a eventuali rimpasti, legati al trasferimento del premier al Colle.

Le parole più usate da Mattarella sono state “dignità”, “responsabilità”, “fiducia”.
Una dignità che ormai hanno perso i protagonisti della scena politica. Da Salvini a Letta. Dimostrandosi irresponsabili e per questo non godendo più della fiducia dei cittadini. Poi, non devono lamentarsi se l’astensione ha raggiunto quota 50% degli aventi diritto.
E se il capo dello Stato ha dovuto smentire sé stesso tornando al Quirinale, nonostante i suoi rifiuti a farsi ricandidare, espressi chiaramente negli ultimi mesi, non si è capito se ora pensa di esercitare il suo mandato per 7 anni o come ritengono in molti, fino alla scadenza della legislatura.

Di certo, nel suo discorso non ha indicato obiettivi immediati, come fece a suo tempo Napolitano.
In quanto al perimetro dei suoi argomenti, ci sarebbe da discutere per giorni; dallo “spirito di una Costituzione”, che i premier non sempre hanno seguito (proprio per governare la pandemia, il prolungamento ingiustificato dello stato emergenziale, la compressione di molti diritti civili, le discriminazioni verso chi si oppone all’obbligatorietà dei vaccini etc), ai mitici fondi del Pnrr, che al momento, sembrano più marketing che sostanza. Draghi dovrà spiegare come le regioni li utilizzeranno, quanto dei soldi è a prestito e pertanto, da restituire con le tasse, e cosa c’è veramente dietro la guerra energetica con Putin, si legga Ucraina (la velocizzazione della transizione verde?).

Ma forse la risposta ci viene dalla sostanza delle parole di Mattarella. Quel colpo al cerchio e alla botte, che piace tanto alla nostra classe dirigente (centrista nella testa): sulla riforma della giustizia, indicazioni che vanno bene a destra come a sinistra; idem sull’emancipazione della donna, sui giovani, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, sull’immigrazione (accoglienza per l’umanità, ma lotta contro gli scafisti).
La chiosa giusta è che “moriremo democristiani”. Per il “bene” della Repubblica.

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