Ucraina, Salvini contestato in Polonia: cambiare idea non paga

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Il leader della Lega Matteo Salvini è stato contestato al suo arrivo alla stazione Przemysl, la cittadina polacca al confine con l’Ucraina. Il sindaco della città Wojciech Bakun ha mostrato una maglietta con il volto di Putin e rivolgendosi a Salvini ha detto: “Io non la ricevo, venga con me al confine a condannarlo”.

“Non ci interessa la polemica della sinistra italiana o polacca, siamo qui per aiutare chi scappa dalla guerra”, ha replicato il leader leghista, contestato oltre che dal sindaco anche da alcuni italiani presenti sul posto. Il fatto è che quando ci si espone in maniera anche esagerata in favore di una posizione che si ritiene giusta, poi quando questa diventa scomoda o controproducente non si può pretendere che la gente dimentichi quello che si è fatto e si è detto.

Avevamo scritto nei giorni scorsi quanto fossero sorprendenti certe repentine prese di distanza da Putin da parte di alcuni leader politici italiani che hanno vantato per anni una solida stima e amicizia con lui, in un’operazione stile “lavaggio purificatorio” rivolto a far dimenticare un passato più o meno recente. E il passato di Salvini, ma non soltanto il suo, è quello di un leader sovranista che spesso ha descritto Putin come un punto di riferimento internazionale, una sorta di leader mondiale del sovranismo.

Non è in discussione l’aver avuto rapporti con Putin, visto che come detto in Italia sono stati tanti i leader che più o meno hanno avuto legami stretti con il presidente russo, a destra come a sinistra; ma Salvini non si è limitato ai rapporti diplomatici. Lui è quello che la maglietta di Putin mostrata dal sindaco polacco l’ha indossata con orgoglio postandola sui social con tanto di provocazione: “cambio due Mattarella con mezzo Putin”. Una provocazione, una delle tante che il leader leghista in passato ha messo in atto forte di un consenso elettorale che per molto tempo gli ha fatto ritenere di poter fare e dire tutto in assoluta libertà, anche le cose più esagerate, nella convinzione che servissero a colpire la pancia del Paese e a fare facile presa sull’elettorato.

Ora ci si chiede: cosa avrebbe dovuto fare Salvini? Difendere Putin mentre bombarba gli ucraini? Certamente no, ma non si può neanche passare da “viva Putin” ad “abbasso Putin” con la stessa disinvoltura con cui si è passati dal dire no in tv all’invio di armi all’Ucraina, al votare in Parlamento la risoluzione che le autorizza. Atteggiamenti che in qualche modo denotano un vistoso imbarazzo, un’incapacità di saper recuperare una situazione sfavorevole, inseguendo le vicende e restandone vittima. Come avvenuto con la contestazione di ieri, da parte di chi non ha dimenticato la maglietta di Putin e gli elogi sperticati al presidente russo da parte di chi diceva di sentirsi più al sicuro con lui che con l’Europa.

Salvini ha tentato in queste ultime settimane sulla vicenda ucraina un cambio di schieramento utilizzando le stesse modalità con cui ha cercato di gestire nell’ultimo anno la vicenda pandemica, ossia ondulando fra governismo e movimentismo, piazza e palazzo, dicendo no al green pass sui luoghi di lavoro davanti alle telecamere per poi dire sì in Parlamento, opporsi all’obbligo vaccinale e poi votarlo. Così è stato anche con l’Ucraina, restando vittima della sindrome da accerchiamento della sinistra che da subito gli ha rinfacciato l’amicizia e il sostegno manifestato per Putin e di non avere la forza di dissociarsi pubblicamente. Ma invece di reagire con argomentazioni politiche, il leader leghista ha tentato di rispondere con i gesti e con la strategia mediatica, portando i fiori davanti all’ambasciata ucraina e recandosi al confine polacco per mostrarsi solidale e vicino al dramma del popolo ucraino.

Ma un gesto non si ripara con un altro gesto di segno contrario, i gesti restano e nessuno oggi sembra disposto a perdonare a Salvini la maglietta indossata orgogliosamente sui social con la faccia di Putin; al punto da far sembrare falso il gesto di solidarietà dimostrato nei confronti dei profughi ucraini.

Eppure sarebbe bastato tanto poco, politicamente cosa c’è di più facile per un leader sovranista che condannare l’aggressione contro uno Stato sovrano? E cosa ci sarebbe stato di politicamente scorretto nel prendere le distanze da Putin ma al tempo stesso analizzare la vicenda ucraina inquadrandola dentro al tentativo occidentale di allargare i confini della Nato ad Est e far trovare la Russia in trappola?

Questo è il triste destino dei moderni leader politici dipendenti unicamente dai sondaggi e dai like e pronti ad inseguire l’opinione pubblica. Ma i social sono un’arma a doppio taglio, capaci sì di portare consenso e popolarità, ma anche di impiccarci a vita alle nostre responsabilità, ad una maglietta gogliardica oggi puntata contro chi l’ha indossata con la stessa potenza di un Kalashnikov.

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