L’Italia corre verso il suicidio demografico, ma alla politica non interessa

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L’Italia orfana di statisti produce una classe di governo dalla vista corta. L’ultima, clamorosa dimostrazione la troviamo nel Pnrr, dove manca anche il più piccolo accenno alla necessità di fare fronte al pauroso calo delle nascite che ci sta portando spediti verso il suicidio demografico. Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza si parla di tutto (dalla digitalizzazione al green, dalla concorrenza al turismo), meno che di demografia.

Per il governo Draghi, allo stesso modo che per i governi precedenti, la progressiva  diminuzione di giovani, anno dopo anno, non è un problema urgente, tale da non meritare attenzione nel documento che dovrebbe ridisegnare  le linee dello sviluppo italiano nei prossimi vent’anni. L’invecchiamento della popolazione, con tutto il suo peso, sempre più insopportabile, sul sistema previdenziale e su quello assistenziale, è visto come una sorta di fatalità cui rassegnarsi. Si preferisce pensare che i giovani di oggi avranno pensioni da fame (e nel futuro remoto neanche, forse una pensione) invece di immaginare politiche volte a riequilibrare il rapporto pensionati-lavoratori nei prossimi decenni. E dire che il fondo messo a disposizione dell’Europa per il Pnrr si chiama “Next Generation eu”  (Nuova generazione eu).

Ma di quale nuova generazione stanno parlando? L’interesse primario delle nostre classi dirigenti, latamente intese (non solo i politici ma anche l’élite imprenditoriale e quella intellettuale), si rivolge solo ai processi “visibili”, immediatamente traducibili in termini di consenso o profitto, non a quelli a più lunga scadenza, che sono pertanto poco visibili, ma non per questo meno incombenti e meno drammatici.

Tale è appunto la diminuzione della popolazione italiana, che dovrebbe essere la prima delle preoccupazioni nazionali. Invece l’Italia corre verso l’abisso come se si trovasse in uno stato di sonnambulismo e/o di ridanciana rassegnazione. Nel nostro paese le nascite sono arrivate a poco più di 400mila l’anno (negli anni Sessanta erano più di un milione) e le morti 740mila, quindi quasi il doppio. Il tasso di natalità è di 6 bambini ogni mille abitanti, decisamente al di sotto della media Ue, che è di 9.

Gli unici a lanciare convintamente l’allarme sono demografi e statistici. Sono la classica “vox clamantis in deserto”: le loro denunce si fanno sempre più drammatiche e angoscianti. L’ultimo allarme è arrivato dallo statistico Roberto Volpi, che ha affidato il suo grido a un saggio dal titolo inquietante e dal contenuto sconvolgente, “Gli ultimi italiani, come si estingue un popolo” (Solferino ed.) «Siamo, se non il più critico, certamente tra i paesi a più alto rischio di estinzione che ci sono al mondo».

Le proiezioni ci consegnano un quadro da brivido. Tra cinquant’anni, la popolazione italiana conterebbe oltre 12 milioni di abitanti in meno rispetto a oggi. Ed è già una proiezione ottimistica, perché la diminuzione di popolazione potrebbe essere anche più forte. «È un dato –osserva Volpi- pressoché catastrofico, non soltanto per la perdita di oltre il 20 per cento della popolazione italiana in poco più di mezzo secolo ma per quella ancora più vertiginosa che quel dato sempre preludere». In altre parole, andrà sempre peggio.  «Con solo quattrocentomila nati l’anno, l’Italia diventerà un paese da 30 milioni di abitanti»: così prevede il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo.

Al di là del fatto numerico, a spaventare maggiormente è il dato qualitativo. Perché un paese che va verso il suo dimezzamento (attualmente siamo poco più di 59 milioni di abitanti) è un paese che si impoverisce, un paese che diventa sempre più marginale e arretrato, un paese che perde ogni capacità di innovazione, un paese senza più voglia di vivere. E per vedere all’opera certi processi non dovremo aspettare 50 anni: potranno essere percepibili già tra quindici o venti.

Prima di cadere nel pessimismo più cupo, è bene sapere che siamo comunque in tempo per interrompere la corsa verso la scomparsa demografica e attivare politiche di rilancio della natalità. Il problema è che dovremmo muoverci subito. E il Pnrr sarebbe appunto l’occasione unica per trovare le risorse necessarie.

Quello che ci occorre è un piano ad ampio spettro, con interventi che vadano al di là delle misure minime sugli asili nido, l’assegno unico, i congedi parentali. Per rilanciare la natalità occorrerebbe destinare risorse serie (e non certo qualche spicciolo) al finanziamento generalizzato di mutui agevolati per l’acquisto della prima casa a vantaggio delle giovani coppie. Invece si preferisce ancora finanziare superbonus per l’”efficientamento energetico” che servono più a ingrassare le imprese edili che a migliorare la vita dei cittadini.

Altro, cruciale  ambito di intervento è quello del mercato del lavoro, che deve realmente aprirsi ai giovani: il modello non può venire da temporanee esenzioni contributive per le aziende, come quelle varate al tempo del governo Renzi, ma da una vera e propria lotta al precariato e allo sfruttamento del lavoro giovanile. L’ingresso nel mondo del lavoro deve avvenire in tempi più brevi e con meno ostacoli, anche attraverso un miglioramento della formazione professionale.

L’obiettivo deve essere quello di incentivare la creazione di famiglie quando le coppie sono ancora giovani e fertili. È statisticamente provato che la precarietà del lavoro è inversamente proporzionale alla nascita dei figli.

Il rilancio della natalità non è comunque un fatto solo economico, ma anche culturale ed etico. L’Italia delle culle vuote è anche l’Italia dove ha preso piede un individualismo gretto, isterico e disperato. Un individualismo nemico della vita e avverso alla solidità degli affetti profondi.

Alla diffusione di questa idolatria dell’”io” e di questo edonismo straccione si è aggiunta, in anni più recenti, una spaventosa offensiva contro i valori della famiglia naturale, dell’unione dell’uomo e della donna ai fini della procreazione, della  differenza tra i sessi. A questi modelli, su cui la nostra civiltà si regge da  millenni,  si contrappongono oggi i paradigmi delle “famiglie arcobaleno” , dei “matrimoni” gay, della “fluidità” del gender. È il nuovo conformismo, nemico della vita, sostenuto dall’industria culturale e dal potere dei new media.

Quanto siano importanti i fattori culturali per il rilancio della natalità ce lo ricorda proprio Roberto Volpi in un passo che suona quanto mai “politicamente scorretto”. È quando lo studioso sottolinea che la fase demograficamente più potente nella storia dell’Italia coincide con il miracolo economico. E aggiunge che all’epoca, tra gli anni ’50 e ’60, la famiglia era ancora un valore solidissimo: «La famiglia basata sul matrimonio con rito religioso, a sua volta ispirato ai princìpi della morale cattolica, ha forgiato l’Italia, consentendole il grande balzo fuori dalla povertà, dalla ruralità, dall’arretratezza, dall’incultura, dall’analfabetismo».

Michel de Montaigne, alla fine del ‘500, scrisse che l’Italia era un «paese di morti abitato da un pulviscolo umano». Lo scrittore francese alludeva al contrasto tra la grandezza delle vestigia storiche e l’arretratezza sociale. In effetti, dalla fine del XVI e lungo tutto il XVII secolo, il nostro paese conobbe una decadenza politica ed economica tale da oscurare i primati raggiunti in epoca medievale e poi rinascimentale.

Un viaggiatore straniero del futuro, se non ci rivelassimo capaci di correggere le attuali tendenze demografiche, probabilmente ci descriverebbe così: «L’Italia, un paese di morti. E basta»

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