Cdx. Alleanza Lega-Fi. Ecco cosa c’è dietro la lite Salvini-Gelmini

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Dietro la lite tra la Gelmini e Salvini c’è una storia vecchia e nuova. Che oltrepassa le attuali dinamiche pre-elettorali, interne al centro-destra.

E’del tutto evidente che il Capitano, visto il flop (in termini di voto alle ultime consultazioni amministrative) della strategia “di lotta e di governo”, (strutturata per non perdere la poltrona e non lasciarsi scappare la Meloni), stia guardando con sempre maggiore attenzione a Fi, al suo corpaccione, considerando anche il tramonto fisico e politico di Berlusconi (nonostante il pompaggio dei suoi collaboratori, per mantenere in piedi un castello che perde pezzi da tempo).
Una marcia di avvicinamento finalizzata a una possibile unione (alleanza, federazione, confederazione) con gli azzurri, nel nome e nel segno di un partitone moderato, liberale, europeista, cristiano. Una sorta di Dc2.0, che vedrebbe pure il favore di Giorgetti.
Ed è del tutto evidente che un lembo dello stato maggiore di Fi, resista, reagisca, per lesa maestà, patriottismo aziendale e per concezioni opposte rispetto a quelle del leader leghista.

E’ noto, infatti, che la componente riformista di Arcore (la Gelmini, la Carfagna etc, a differenza dei duo Tajani-Bernini), sia quasi più in linea con le idee di Renzi o addirittura del Pd: pensiero liberal, laicismo sui valori non negoziabili, europeismo, garantismo, liberismo etc.

Ma andiamo per ordine. In che contesto è nata la frase di Silvio che ha scatenato il putiferio? Giudicata un’apertura a Putin, solo perché il Cavaliere ha sottolineato la necessità di arrivare a una soluzione diplomatica, concedendo qualcosa alla Russia e frenando sull’invio delle armi in Ucraina?
Un contesto propagandistico, dove, come da prassi consolidata, gli attori fanno più parti in commedia, solo per rappresentare ogni segmento dell’elettorato. Con le sue frasi, subito furbescamente corrette, Berlusconi ha incarnato le istanze dei filo-atlantisti, dei neutrali, dei pacifisti, dei nazionalisti (in molti a destra non amano ideologicamente gli Usa), e degli italiani moderati, preoccupati per le ripercussioni economiche delle sanzioni.
Un vizio “professionale” sia di Silvio, sia di Matteo, per prendere più voti.

Ma è qui che si è innestata una guerra nella guerra. Di linea politica, di mai sopite ruggini personali, e di rimescolamento organizzativo. La Gelmini, va ricordato, non ha condiviso la scelta di nominare a responsabile regionale lombardo la Ronzulli, da decenni nelle grazie del Cavaliere, sostituendo il suo amico Salini.
E quindi, per la prima volta in casa azzurra, ha contestato il capo supremo: “Non lo riconosco più”. Creando un pericoloso precedente. Non era mai successo dal 1994. Scontato, pertanto, il silenzio imbarazzato dei colonnelli azzurri. Solo Tajani, per dovere d’ufficio, ha bacchettato la ministra: “Una singola opinione non rappresenta una divisione, però danneggia un’intera comunità”. Come dire, non disturbate il manovratore, proprio adesso che dobbiamo apparire in forma e uniti (altra chimera: il centro-destra è al momento più diviso che mai).

Il silenzio dei forzisti è stato riempito a sorpresa da Salvini, accusato di indebita invasione di campo: “Prima di criticare Berlusconi – ha detto – qualcuno dovrebbe contare fino a 5”.
Piccata la replica della Gelmini: “Dibattito interno, il partito non è il suo”.
Tradotto, la partita riguarda il futuro del centro-destra, la possibile unione tra Fi e Lega (annessione, alleanza?). Con qualcuno che non ci sta, qualcun altro che attende, qualcun altro che ci sta.

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