Terrorismo. Nessuna estradizione. Da Mitterrand a Macron quanti schiaffi dalla Francia

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L’unica frase dignitosa è stata quella pronunciata da Piero Granata, fratello di Michele, agente di Polizia in servizio al commissariato San Lorenzo di Roma, ucciso il 9 settembre 1979, da un commando delle Br: “Sono liberi e dopo 43 anni l’Italia non ha avuto la forza di farli estradare. Si vede che non contiamo nulla in Europa”.
Le sue sono parole amare, piene di delusione per la giustizia che non c’è mai stata e forse non ci sarà mai.

Lui insieme a tutti i parenti delle vittime del terrorismo, che conoscono perfettamente i nomi e cognomi dei responsabili delle morti dei loro cari, ma che oltre al dolore mai rimarginato, hanno convissuto negli ultimi decenni con la beffa dell’immunità.
Una beffa sia ideologica, sia giudiziaria. L’ultima in ordine di tempo, mercoledì, la negazione dell’estradizione (favore negativo) da parte della Chambre de Instruction francese.
Morale, gli ex-brigatisti (Giorgio Pietrostefani, tra l’altro condannato per l’omicidio del commissario Calabresi poi, Marina Petrella, Sergio Tornaghi, Maurizio di Marzio, l’ideologo dei Pac, Luigi Bergamin, e ancora, Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Narciso Manenti e Raffaele Ventura), prima protetti dalla “dottrina Mitterrand”, oggi giustificati dal diritto transalpino.

Le motivazioni, al netto di quello che è uscito (la ministra della giustizia italiana Marta Cartabia ha detto che le aspetta per rispondere) è che “l’estradizione non avrebbe garantito il rispetto della vita privata e il diritto all’equo processo”.
Segno che le due tutele (ideologica e giuridica) continuano a marciare di pari passo. Evidentemente per la Francia i nostri terroristi sono una sorta di cavalieri romantici, di liberatori dei popoli, oppressi dal capitalismo, al massimo, compagni che hanno sbagliato e non meritano punizione.
E poi, a giudizio di chi scrive, il vero scandalo, l’entrare nei meriti del sistema giudiziario italiano, che non garantirebbe un equo processo, concetto affermato proprio dal “paese amico”, certificato dagli abbracci tra Macron e Draghi.

Delle due l’una: o i due sono d’accordo nel cancellare il passato, o non contiamo veramente nulla (si è visto anche a proposito del tetto sul gas quanto la Ue ci abbia ascoltati).
Inoltre, il rispetto della vita privata, la tranquillità di chi ha ucciso conta più della tranquillità dei parenti delle vittime?

C’è una parola che fissa la questione: si chiama coscienza, che può essere sporca o pulita. E che fa rima con la giustizia. I compagni terroristi, se da un lato adesso sono altre persone, dall’altro, si sono mai pentiti, dissociati, hanno mai preso veramente le distanze dagli anni di piombo?
E perché la stessa solidarietà nazionale e internazionale non c’è mai stata pure per i “camerati” che hanno sbagliato (i Nar e affini)?
Altrimenti di fronte a tale ingiustizia, segno di complicità politiche ancora esistenti, l’unica zattera che rimane è l’appello di Giovanna, la compagna del prefetto Nicola Simone, morto a marzo dell’anno scorso, dopo essere scampato nel 1982 a un attentato delle Br, per il quale sono stati già condannati Giovanni Alimonti e Marina Petrella: “Se hanno una coscienza dovrebbero consegnarsi”.
Apriti cielo.

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