Draghi-Conte. Ora sono all’angolo. Dopo la pantomima a luglio la bomba

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“Conte non strappa”, “Tanto rumore per nulla”, “Grillini nel tunnel a furia di dietrofront”. Questo più o meno il senso, il taglio, con cui i giornali hanno affrontato la querelle Conte-Draghi.

Prima il circo mediatico ha enfatizzato il duello, come fosse una telenovela, poi deluso, ha ridimensionato, banalizzato la vicenda.
Morale, la sensazione è che siamo dentro le eterne manfrine pre-elettorali, orchestrate dai diretti interessati solo per riposizionarsi in vista del voto, con l’imperativo categorico di non perdere o recuperare il consenso.
Strategie opposte, quella del premier e del capo del Movimento, perfettamente in linea con le regole della moderna comunicazione politica: “L’annuncio sostituisce il fatto”.

Per due settimane si è discusso, infatti, sulla possibilità che Conte uscisse dal governo, con un eventuale appoggio esterno. Conte, come noto, offeso dalle manovre di Draghi (la scissione di Di Maio), e dal progressivo azzeramento di molte tematiche grilline.
Ma di solito, un negoziato, una ripartenza, si fanno con dati e numeri alla mano, si ispirano a visioni alte e soprattutto si fanno tra contendenti non liquidi. Che credibilità possono avere oggi i 5Stelle, dopo che hanno per primi, e non per colpa di Draghi, tradito le principali battaglie grazie alle quali hanno ottenuto il primato parlamentare? Qualcuno ricorda la moralizzazione della vita pubblica, mai col partito di Bibbiano, il no ai due mandati, le battaglie no-Vax, no-Tav etc?

E che credibilità può avere Draghi che nominato dal Colle, senza un suo partito e senza legittimazione popolare, ha smesso di gestire le uniche due emergenze per cui è stato chiamato (la pandemia e il Recovery) e che adesso si occupa invece, di armi, bollette, ius scholae e cannabis?

Quindi, per logica conseguenza, il colloquio chiarificatore non ha chiarito nulla. Conte ha detto che darà una fiducia a tempo, vedrà se entro luglio il premier aderirà ai suoi nove punti illustrati (il papello si è ridotto a sette richieste, visto che furbescamente sono state tolte le armi e il termovalorizzatore), chiedendo discontinuità.
Una parola che evoca la prima e la seconda Repubblica. Segno della regressione grillina e non solo. Sappiamo benissimo dove va a finire e come finisce la discontinuità. Fa il paio con il “governo balneare”.

L’unica cosa seria della vicenda è che adesso i due sono schiacciati all’angolo. Draghi ha tentato di reggere la baracca pronunciando urbi et orbi che senza i grillini il governo non c’è, tanto sa che pure nel caso di una loro fuga l’esecutivo avrebbe lo stesso i numeri, con l’unica postilla fastidiosa che a quel punto il boccino negoziale l’avrebbe il redivivo Salvini, già diventato, grazie alla formazione del gruppo Insieme per il Futuro, il primo partito in parlamento.

Conte, dal canto suo, deve uscirne bene, vincendo pure se perde. Ha alzato il tiro, non può accontentarsi di promesse. Il bonus 110 ad esempio, per Draghi è indigeribile. E poi, ha il problema dei suoi deputati che vogliono mollare. Come farà a conciliare il suo progetto moderato, liberale, ecologista, tra l’altro uguale a quello di Di Maio, con le pulsioni barricadere e ancora populiste, della base e dei peones di Camera e Senato?
L’ex premier sta giocando una partita molto complessa e delicata. I 5Stelle sono ora 5Stallo, e il Movimento, si può tradurre in “Mò vi mento” (la bugia fatta sistema).

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