Mondiali 1982, facciamo che non sia solo sterile nostalgia

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Giornali e tv diffondono in questi giorni un trionfalismo compulsivo nella celebrazione della vittoria ottenuta dalla leggendaria Nazionale di Enzo Bearzot ai Mondiali di Spagna del 1982, esattamente 40 anni fa.

Dall’archivio Rai tornano i commoventi filmati dei gol di Paolo Rossi e del superbo grido uscito dal petto di Marco Tardelli dopo che il numero 14 azzurro aveva rifilato il secondo gol alla Nazionale tedesca. Italia 2 – Germania 0: tiè. Milioni di braccia italiane si mossero all’unisono nel gesto dell’ombrello. E poi arrivò il gol di Altobelli: Italia 3 – Germania 0: aritiè. Milioni di cuori italiani si elevarono fino al cielo. L’ottantaseienne presidente Sandro Pertini (il più amato, dissero, dagli italiani, come Lorella Cuccarini qualche anno dopo) saltava per la gioia in tribuna, accanto a un impassibile cancelliere tedesco, Helmut Schmidt, che non sarà stato amato come lui ma che, a dispetto di ciò, era un grande statista, purtroppo dimenticato.

Come non ricordare poi il gioioso e spontaneo grido di un telecronista di solito compassato come Nando Martellini? «Campioni del mondo! Campioni del mondo!». Momenti di gloria che hanno lasciato un marchio indelebile nella memoria italiana. Basterà solo dire che Claudio Borghi, da presidente della Commissione Bilancio della Camera, ebbe l’idea (di cui poi si sono perse le tracce) di lanciare un mini-bot con l’effigie di Tardelli esultante dopo il gol alla Germania.

Rappresenta bene il trionfalismo d’annata che sta pervadendo i media questa frase di Massimo Gramellini: quella di 40 anni fa, fu «l’unica estate della nostra vita in cui ci siamo sentiti imbattibili».

Bello, anzi bellissimo: tiriamoci un po’ su rievocando quei momenti. Chi ha li vissuti fa bene a non reprimere la lacrimuccia che gli scenderà sulla guancia. Chi non li ha vissuti, perché non era ancora nato, fa bene a scoprire quella pagina di memoria comune.

Però attenzione a non cadere nella nostalgia canaglia: ricordiamoci che domani è un altro giorno e che ripiomberemo nell’inflazione all’8 per cento, nel prezzo del gas che aumenta, nei salari più bassi d’Europa, nella politica commissariata dai poteri forti, nella crisi demografica più brutta della nostra storia, nei politici del Nord-Europa pronti a bacchettarci, nei mercati pronti ad azzannarci, in tutto quello, insomma, che ci fa periferia dell’impero, nazione a rischio dissoluzione, società che non offre futuro ai giovani.

E allora il ricordo dei Mondiali 1982 deve servire anche a un salutare confronto tra le emozioni di ieri e quelle di oggi, tra quello che eravamo e quello che siamo, tra illusioni di grandezza e realtà di miseria, tra un futuro che ancora prometteva qualcosa e un presente che non promette futuro. Perché l’irrefrenabile entusiasmo che dilagò per le strade italiane in quella magica sera di 40 anni fa usciva dal cuore di un Paese che continuava a guardare con fiducia al domani. Un Paese che era da poco uscito dai cupi, canaglieschi, furiosi anni Settanta e che si era appena tuffato nei rampanti, convulsi, euforici anni Ottanta, gli anni dell’edonismo reaganiano, del Pil che cresceva, del ceto medio che cominciava a permettersi vacanze fino ad allora riservate ai ricchi, alle Maldive, ai Caraibi, alle Seychelles. Un Paese che se la spassava e si arricchiva, con buona pace di moralisti, pauperisti e bacchettoni.

Proprio la vittoria ai Mondiali 1982 fornì una sferzata di energia a un’Italia già di per sé proiettata in avanti. E l’adrenalina prese ad andare a mille. Eravamo i campioni del mondo e quindi gli altri dovevano rispettarci. Bettino Craxi annunciò un paio d’anni dopo che eravamo la quarta o quinta potenza economica del mondo, avendo superato la Gran Bretagna e avendo raggiunto la Francia. L’orgoglio nazionale, con i fatti di Sigonella del 1985, raggiunse un top mai più eguagliato: i carabinieri italiani avevano fatto arretrare i marines americani, possibile mai? La società italiana si mostrava come una società affluente, come accadeva nel resto dell’Europa più avanzata. Ci sentivamo “società dei due terzi”, con i due terzi della popolazione che se la passava bene e con il rimante terzo, quello svantaggiato, che non se la passava poi così male.

Certo, era un’Italia infestata da cialtroni e dove abbondavano i corrotti e i corruttori. Ma era comunque l’Italia-calabrone del politologo Joseph La Palombara: in base alle leggi della fisica, non potrebbe volare, eppur si muove, eppur svolazza, eppur va avanti.

Non era un’Italia bella, ma era un’Italia viva. Quell’Italia doveva allora cogliere l’occasione per riformarsi. Non lo fece e mal ce ne incolse a tutti: il conto lo stiamo ancora pagando.

Ma vogliamo comunque mettere quell’euforico Paese di ieri, pur con tutti i suoi difetti, con la triste Italia di oggi?  Basterà dire che il campionato europeo vinto lo scorso anno dalla Nazionale di Roberto Mancini ha rappresentato un piccola ed effimera consolazione (visto che poi siamo stati esclusi dal Mondiali del Qatar) per un Paese profondamente depresso. Un Paese che non crede né in se stesso né nel proprio futuro. Un Paese che non ha più politici visionari, ma solo pallide controfigure nelle mani dei sondaggisti.

Che cosa c’è successo in tutti questi anni? Perché siamo diventati quello che siamo? Perché abbiamo perso gioia, fiducia, voglia di progredire? Ce lo stiamo chiedendo, da almeno vent’anni, in una miriade di convegni, saggi, romanzi, tavole rotonde, dibattiti vari, che spesso però ci rendono ancor più depressi rispetto a quello che già siamo.

Diciamo, senza starci a girare troppo intorno, che nei due decenni più recenti abbiamo perso la partita più importante, quella della sovranità monetaria. E continuiamo a giocare in un campionato dove gli arbitri non sono per nulla imparziali: parliamo delle agenzie di rating, dei banchieri nordeuropei, dei super-finanzieri nordamericani. Peggio dell’arbitro Moreno, che distrusse scandalosamente i nostri sogni ai Mondiali di Corea e Giappone del 2002.

Ecco, volendo trarre una lezione dai Mondiali 1982, diremmo che gli italiani dovrebbero sforzarsi di assumere una mentalità da campioni. E dare calci sempre più forti ai poteri che li opprimono. Sì, ce ne rendiamo conto, è solo un sogno (al momento). Ma pensate che bello rivendicare un giorno con forza vincente, davanti alle facce attonite dei falchi di Bruxelles, sia il potere di decidere la politica economica sia il potere di creare moneta. Italia batte Eurocrazia 2-0. Tiè.

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