Governo. Manovre ipocrite e ruffiane filo-Draghi. Di Maio campione di comicità

2 minuti di lettura

Vediamo quale è la frase più commovente e ruffiana che potrebbe colpire Draghi nell’intimo. Convincerlo a cambiare decisione e riprendere in mano il boccino del paese.

Innanzitutto i mille sindaci. Ma attenzione, in tutto i primi cittadini sono 8000 e quindi, se ne deduce che la maggioranza di loro non condivide l’azione del governo, oppure non intende confondere i profili istituzionali con le dinamiche politiche.
Poi, la Cei. Il presidente Zuppi ha invocato la stabilità, che tradotto vuol dire niente salti nel buio. La stabilità e la governabilità da secoli fanno rima con la continuità dello status quo. E la Chiesa in questo è abile maestra.

Poi, è la volta dei sindacati. Landini ha diffuso una nota “affranta”. Dietro un rispetto formale per la democrazia parlamentare e le sue logiche oggettive, ha ribadito con forza che “la crisi sociale deve essere la priorità che tutti devono tener presente. Non è il momento di indebolire il paese e bloccare le riforme”. Decodificato, il ricatto di perdere quelle briciole che il premier ha assicurato ai lavoratori. Meglio col tecnico che con un incompetente.

Arriviamo ai partiti. Il Pd, ormai per definizione, è il partito istituzionale per eccellenza. Per la senatrice Tatjana Rojc, il colpo grillino a Draghi “è stato un delitto contro 60milioni di cittadini italiani”.
Per non parlare di Di Maio, campione sul campo di trasformismo e comicità, fin da quando ha negato populismo, sovranismo (la sindrome del “mai col partito di Bibbiano”), nel nome del moderatismo, delle poltrone e del centrismo. Il ministro degli Esteri ha detto che ora dubita che si possano continuare a mandare le armi in Ucraina. Se salta il governo salta pure il tetto massimo al prezzo del gas europeo”.

Due riflessioni folli e sbilenche. Siamo in pieno delirio “stupefacente”. Le armi sono una promessa pregressa e il tetto europeo non è stato mai fissato, né il Consiglio Europeo fissato. Ma l’effetto comunicativo del momento deve superare la realtà. E’ un imperativo categorico, suggerito dai suoi spin doctor.
L’appello di Letta invece, è stato sacerdotale e solenne. Si è richiamato alla serietà parlamentare, nel segno del più solido conservatorismo politico, bandiera che il Pd sventola da anni, con piglio più che di sinistra, da nuova destra.
Il leader dem è combattuto, infatti, tra fedeltà alla casta nei confronti di Draghi e speranza che il campo largo con i grillini possa ancora essere un’ipotesi possibile. Comprendiamo le difficoltà di Letta entrando nel cuore delle sue parole: “Faccio un appello al Movimento 5Stelle perché mercoledì sia della partita. Faccio un appello alle forze politiche che hanno sorretto il cammino del governo perché questo non si interrompa e venga rilanciato con un nuovo voto di fiducia”.

Un messaggio che lascia trasparire una strategia che potrebbe essere condivisa in extremis dallo stesso premier. A patto che tutti i partiti della maggioranza facciano un mea culpa, a partire dai contiani.

E Conte? Al momento continua con la sua melina, mirata a conciliare barricaderi e poltronisti. “Chiarezza sui nostri punti o usciamo”. Forse gli basterà un proclama programmatico per dargli l’illusione di essere tornato protagonista della scena politica?
La strada indicata da D’Incà potrebbe essere la soluzione di compromesso per allentare le tensioni e impedire un governo balneare. Una tregua istituzionale tra Draghi e Conte.
Una pace armata, come in Ucraina.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Via D’Amelio, Mattarella “Indispensabile anelito di verità”

Articolo successivo

Governo, Brunetta “Un progetto rinnovato può convincere Draghi”

0  0,00