Centrodestra verso il voto fra possibili scenari e incognite

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Il centrodestra guarda alle elezioni del 25 settembre dopo aver contribuito in maniera determinante a chiudere l’esperienza del governo Draghi.

Erano mesi che il leader della Lega Matteo Salvini si sentiva a disagio, vedendo Giorgia Meloni crescere nei sondaggi grazie al suo ruolo di unico partito di opposizione all’esecutivo di unità nazionale; il Capitano si era reso anche conto che la sua strategia “di lotta e di governo” portata avanti per un anno, strizzando l’occhio alle piazze ma poi garantendo sostegno a Draghi, non pagava elettoralmente visti i deludenti risultati delle amministrative. E quindi la Lega aspettava l’occasione giusta per chiamarsi fuori.

Pochi si sarebbero invece aspettati che anche Forza Italia seguisse la linea di Salvini staccando di fatto la spina al governo; e qui a sentire i bene informati avrebbero giocato un ruolo decisivo le tensioni sempre più frequenti fra berlusconiani e draghiani, con Berlusconi ormai insoddisfatto dei ministri forzisti dipendenti in tutto e per tutto dal premier e sempre meno da lui. E in casa azzurra hanno finito con il ritenere che un altro anno di governo avrebbe finito con il logorare il partito, favorendo sempre di più l’ascesa della Meloni. Meglio quindi andare subito al voto, evitando anche quella che negli ultimi giorni appariva come una pericolosa triangolazione fra Quirinale, Palazzo Chigi e Nazareno; con Draghi sempre più schiacciato su una sorta di asse Letta-Mattarella.

La mossa di Lega e Forza Italia, che ha contribuito a decretare la fine della legislatura, ha favorito la riunificazione del centrodestra e una ritrovata sintonia con Fratelli d’Italia. Forse è stato anche questo uno dei motivi che ha spinto Berlusconi e Salvini a preferire la crisi, ovvero evitare di allungare le distanze con la Meloni e arrivare fra un anno alle elezioni con un centrodestra di fatto spaccato e non in grado di vincere, lasciando a Letta il tempo e le possibilità di costruire il suo “campo largo” con i 5Stelle. Adesso il centrodestra si appresta ad affrontare elezioni molto ravvicinate che lo vedono favorito. Ma i problemi nella coalizione certamente non mancano.

Innanzitutto Salvini e Berlusconi dovranno arginare lo strapotere della Meloni che punta alla leadership forte del fatto che Fratelli d’Italia è, secondo i sondaggi, il primo partito. Per questo nelle ultime ore sta riprendendo fortemente quota l’idea della federazione fra Lega-Fi e centristi con l’obiettivo di non soccombere all’alleata e soprattutto ridefinire gli equilibri dentro la coalizione. Un’idea che in verità va avanti da mesi ma che ora, con le elezioni alle porte, sembrerebbe configurarsi come una necessità per i partiti che in questo anno e mezzo hanno appoggiato il governo Draghi e hanno perso punti a favore di FdI.

Forza Italia dovrà fare i conti con le scissioni interne. Era da tempo in verità che fra i berlusconiani “duri e puri” e i filo draghiani i conflitti si erano acuiti; tutto era nato con la decisione di Draghi di scegliersi i ministri azzurri, fatto questo che aveva lasciato l’amaro in bocca a tanti, compreso il numero due Antonio Tajani, che pare avesse fatto un pensierino sulla Farnesina. Ma poi le cose erano andate peggiorando, al punto che si era anche rasentata la rottura sulla nomina del nuovo capogruppo alla Camera, concluso con l’intervento diretto di Berlusconi e la scelta di Paolo Barelli, fedelissimo di Tajani, al posto di Sestino Giacomoni sponsorizzato invece da Brunetta e Gelmini. E la stessa Gelmini aveva lamentato negli ultimi tempi come da parte del “cerchio magico” berlusconiano, con in testa la Ronzulli, fosse in atto una sorta di operazione rivolta a screditare i ministri agli occhi del leader forzista.

Nelle ultime ore lo scontro è degenerato, con i retroscena che parlano di furibonde liti fra Gelmini e Ronzulli, con la ministra che alla fine ha deciso di sbattere la porta e andarsene, seguita a stretto giro dal collega Brunetta. Fughe che in casa forzista pare avessero messo in conto, convinti che ormai i ministri fossero di Forza Italia soltanto sulla carta, ma di fatto dipendenti unicamente da Draghi.

Ora i fuoriusciti azzurri con molta probabilità troveranno le porte spalancate al centro, dove andrà a confluire il trasversale partito draghiano, da Brunetta a Di Maio, dando vita ad una sorta di alleanza sul modello di Scelta Civica, il cartello centrista nato sulle ceneri del governo Monti e basato sulla sua agenda di governo. Draghi non sarà della partita, a differenza di Monti non accetterà di guidare una coalizione, ma non lascerà soli i ministri che con lui hanno condiviso l’esperienza di governo e gli hanno dimostrato fedeltà fino al punto di rompere con i partiti di riferimento. E sarà interessante capire e vedere quanto un partito draghiano senza Draghi, potrà fare presa sull’elettorato.

E la Lega? E’ evidente che stavolta ha vinto la linea Salvini rispetto a quella di Giorgetti e dei governatori favorevoli alla permanenza di Draghi a Palazzo Chigi. Al momento sembra che nel Carroccio, a differenza di Forza Italia, non sono in arrivo scissioni. Le prime dichiarazioni a caldo di Giorgetti, per quanto improntate all’amarezza, non lascerebbero supporre irritazione per la scelta adottata dal partito. Eppure non sono passate che due settimane da quando i giornali hanno raccontato di un Giorgetti deciso a seguire l’esempio di Di Maio e di chat private di parlamentari governisti decisi a formare un nuovo gruppo. Il ministro smentì ma mandò un messaggio chiaro in direzione di Salvini, lasciando intuire che da parte della Lega non dovevano essere creati problemi all’esecutivo. Adesso quindi che farà Giorgetti? Resterà insensibile alle sirene del partito draghiano? Preferirà continuare a rappresentare l’ala moderata del Carroccio in un’eterna competizione con Salvini? Oppure separerà definitivamente i suoi destini da quelli del Capitano come sembrerebbe logico avvenisse? Lo capiremo molto presto.

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