Draghi il vero populista genererà ora il partito delle sue vedove

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Capiamoci su un termine: cosa vuol dire populista? A parte l’uso dispregiativo che ne fanno tutti per etichettare, demonizzare a priori gli avversari, dalla sana polemica ideologica fino al grottesco, come nel caso di Di Maio, populista della prima ora, che ha rinnegato sé stesso, confermando l’assunto che la verità in comunicazione politica non esiste, c’è solo la narrazione che cambia a seconda dei contesti e degli interessi.

Populista significa semplificazione del linguaggio e il rivolgersi direttamente al popolo. Ebbene, il vero populista, nelle fasi concitate che hanno preceduto le sue dimissioni, è stato proprio Draghi.
Lui ha preteso di incarnare religiosamente il popolo, ritenendo di esserne il rappresentante supremo. Lui ha messo il popolo contro il parlamento. Quando ha detto che se fosse mancata la fiducia totale alla sua esperienza, di fronte ai problemi dell’Italia, deputati e senatori si sarebbero assunti una grave responsabilità di fronte alla storia.

Un atto di vero populismo, altro che Salvini e la Meloni. Una superbia degna del migliore burocrate, espressione dei poteri forti, che ha una concezione napoleonico-plebiscitaria della politica. Infatti, l’ha commissariata, bypassando il parlamento, nel nome di una molto comoda permanente emergenza (sanitaria, economica, militare), come se fosse un Cda aziendale.

E poi, quale Italia lo avrebbe implorato di restare? Duemila sindaci su ottomila? Un italiano su due che non vota, segno di un dissenso generalizzato verso quelle scelte che a settembre pagheremo tutte e che forse hanno costretto super-Mario a lasciare per non restare appeso alle strategie elettorali dei partiti e per non subirne le conseguenze, in vista di futuri e più vantaggiosi incarichi internazionali?
E come se non bastasse, Draghi se da un lato, ha “draghizzato” i partiti, portandoli al centro, creando numerosi problemi a Lega, Fi e ai grillini, adesso, in vista del prossimo appuntamento elettorale del 25 settembre, sarà “draghizzato”.

Fallito il campo largo Pd-5Stelle, diventato un camposanto, il partito-Stato, cioè i dem, stanno pensando, infatti, a un fronte chiamato “agenda Draghi”, che vedrà molto probabilmente l’alleanza tra Letta, Calenda, Renzi, Della Vedova e Insieme per il Futuro.
Conte, invece, se la vedrà con la sua splendida solitudine, vanificando pure l’ultima chance di ripresa del mondo grillino.
In mezzo, l’accelerazione dei tempi e il sistema elettorale rimasto intonso, impedirà ai centristi di prendere maggiormente corpo e sostanza.
Quindi, saranno costretti a confluire nuovamente o a destra o a sinistra, schieramenti ormai logori, finti, mediatici.

Nel centro-destra, dato per vincente, secondo i sondaggi, già si è aperta la guerra interna sulla leadership.
Legittimamente la Meloni rivendica il primato, ma secondo i vecchi numeri parlamentari ancora Salvini dovrebbe essere il capo.
Furbo Berlusconi, che ha giocato d’anticipo: un programma liberale per il Paese, per recuperare un protagonismo moderato, confidando nell’effetto-Le Pen della Meloni (ossia, aumenta, ma non sfonda), e la proposta di convocare un’assemblea degli eletti, dopo il voto, che sceglierà il premier. Ma se a monte, gli accordi sui collegi uninominali il Cavaliere li farà con Salvini, allo scopo di frenare l’avanzata di Fdi, il messaggio è chiaro in partenza. E la Meloni dal canto suo, ha preteso un patto anti-inciucio, ossia un giuramento che non ci sarà nessun esecutivo modello trasversale come quello di Draghi.

Insomma, rischiamo di assistere per l’ennesima volta a un film già visto. Il centro-destra vince ma non governa, e si dilania tra componenti le une contro le altre armate, e personalismi. Meloni sta a Salvini come Fini è stato a Berlusconi? Intanto, se le vedove e gli orfani di Draghi piangono o si indignano (Di Maio, Speranza, Giorgetti, Letta, Renzi, Calenda, Repubblica, la Stampa, Il Corriere, ultimi acquisti, Brunetta e Gelmini), cresce e si organizza l’area alternativa al Palazzo: Paragone, Fusaro, Rizzo, Toscano, Ingroia, Adinolfi, Di Stefano sul piede di guerra.

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