Giorgia Meloni ha più di un motivo per essere soddisfatta. Ha vinto la resistenza di Silvio Berlusconi alla regola che più le stava a cuore: sarà designato premier del centrodestra il leader del partito più votato. E ha anche ottenuto il 44% delle candidature nei collegi uninominali. Aveva chiesto il 50, ma si può accontentare.
I soliti bene informati la danno però un po’ preoccupata in questi giorni. La caduta di Draghi, se da un lato le permette di conquistare le tanto agognate elezioni anticipate, dall’altro la spiazza, perché la leader di FdI avrebbe bisogno di più tempo per prepararsi all’appuntamento con il governo. Tradisce il suo stato di sottile preoccupazione il fatto che abbia sentito il bisogno di riaffermare l’atlantismo di FdI già all’indomani del vertice del centrodestra per lei risolutivo. «Assoluto sostegno all’Ucraina, noi garanti della collocazione italiana»: la Meloni già parla da premier. E intende evidentemente prevenire eventuali sbandate filorusse di Matteo Salvini. Il Dipartimento di Stato Usa ha dato un stanziale nullaosta alla sua probabile premiership. Ma non si sa mai. E l’adrenalina scorre a fiumi.
Le spine che Giorgia prevede di affrontare in vista del suo ingresso a Palazzo Chigi sono però di altro tipo. La prima si chiama Pnrr. I tempi per varare i provvedimenti necessari a ottenere l’ultima tranche 2022 dei fondi europei sono strettissimi. E, se qualcosa dovesse andare storto, se la prenderebbero tutti con lei. Gli effetti politici, in tale malaugurato caso, sarebbero catastrofici: le accuse di incompetenza e impreparazione contro la destra al governo la sommergerebbero. Sembra che, per cautelarsi in qualche modo, la leader di FdI abbia chiesto aiuto a Draghi. Si parla di telefonate al premier dimissionario nei giorni più caldi della crisi. Mai come in questo momento, il passaggio di consegne tra governi è un’operazione cruciale. I rapporti tra la Meloni e Draghi sono del resto stati sempre improntati al reciproco rispetto. Staremo a vedere. Certo è il fatto che, anche in questo caso, l’adrenalina di Giorgia è destinata a scorrere a fiumi.
La seconda spina si chiama alleati del centrodestra. L’arrendevolezza di Berlusconi e Salvini in campagna elettorale può dare adito a più di un sospetto. È plausibile che i due volponi si preparino a una campagna elettorale pirotecnica, con promesse sparate a tutto volume. E ciò potrebbe creare qualche difficoltà alla Meloni, non tanto in campagna elettorale (è legittimo che ogni leader faccia il proprio gioco), quanto dopo il 25 settembre, quando si tratterà di scrivere il programma di governo e di onorare le promesse con gli elettori. La situazione, rispetto a poche settimane fa, s’è ribaltata: ora il senso di “responsabilità” spetta a lei, mentre i suoi alleati possono lanciarsi a briglia sciolta per tentare di recuperare una parte dei consensi persi nei diciotto mesi della partecipazione di Lega e Forza Italia al governo Draghi. Così gira la giostra della politica.
La terza e ultima spina è, per certi aspetti, la più delicata. La Meloni dovrà arruolare personaggi di primo ordine per far funzionare la macchina dello Stato. E dovrà dimostrare l’affidabilità governativa di FdI aprendo le liste a esponenti del mondo economico, sociale, amministrativo e culturale che vengono da altri lidi. Va bene che che FdI non ha il problema delle riconferme dei parlamentari uscenti, visto che il partito di Giorgia è destinato a moltiplicare i suoi scranni anche dopo la riforma che ha ridotto il numero di deputati e senatori. Ma in politica, si sa, i posti a tavola non bastano mai a contenere tutti gli appetiti che si scatenano intorno a chi viene dato per vincente.
Sono in molti, oggi, ad applaudire la Meloni. Ma sono anche in molti ad attenderla al varco. Questo fatto Giorgia l’ha capito perfettamente. Un po’ di ansia gliela possiamo alla fine concedere.



