Nigeriano ucciso, Meluzzi: “Da psichiatra dico che la pazzia è tra noi”

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Continuano a tenere banco le polemiche seguite alla morte di Alika Ogorchukwu, l’ambulante nigeriano ucciso a Civitanova Marche in mezzo alla strada da Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, soggetto che risulterebbe gravato da seri problemi psicologici. Secondo gli inquirenti l’omicidio sarebbe avvenuto per futili motivi e risulterebbe quindi esclusa la matrice razziale. Ma siamo in campagna elettorale e naturalmente da sinistra hanno puntato il dito contro la destra, accusando Salvini e Meloni di aizzare, con le loro politiche e i loro proclami, le persone contro gli immigrati. Ma c’è anche chi, come la madre di Pamela Mastropietro, accusa la comunità nigeriana scesa in piazza per chiedere giustizia, di non aver mai solidarizzato con il dramma della figlia, uccisa e fatta a pezzi da un pusher nigeriano. Di questo abbiamo parlato con lo psichiatra, scrittore ed ex parlamentare Alessandro Meluzzi.

Da sinistra accusano la destra di aizzare l’odio contro gli immigrati, ma c’entra qualcosa il razzismo con quanto avvenuto a Civitanova Marche considerando che l’assassino è stato descritto come un soggetto con gravi problemi psicologici?

“Credo che il problema qui vada spostato in un’ottica diversa. Eviterei di parlare di razzismo visto che dovremmo dare altrettanto risalto al nigeriano che nei giorni scorsi ha rotto la testa ad un cinese e ad un bulgaro in un negozio, e di questi episodi ne sono piene le cronache. Bisognerebbe assumere una volta per tutte la consapevolezza che un’ immigrazione incontrollata ha reso questo Paese non soltanto meno sicuro ma anche meno civile. Quindi finiamola con la questione razziale che non ha alcun senso. Il pericolo qui è un altro”.

Quale?

“Ho ascoltato le dichiarazioni del legale della vittima, il quale si è chiesto come mai, avendo l’assassino subito già diversi trattamenti sanitari obbligatori, essendo seguito dal dipartimento di salute mentale, facendo uso di psicofarmaci per curare una psicosi bipolare, non fosse adeguatamente controllato. Non so se vi rendete conto che significato possa avere questa frase nell’era dei vaccini”.

Che intende dire?

“Si vorrebbe trasformare il trattamento sanitario obbligatorio in una misura di controllo sociale diffuso. Questo il vero pericolo. Ora su questo soggetto verrà fatta una perizia psichiatrica e sarà probabilmente accertato che non possiede le capacità di intendere e di volere; quindi il grido che si leverà da destra come da sinistra sarà di chiudere questi soggetti dentro un manicomio. Così avremo internati i malati di mente, dopo aver di fatto internato i non vaccinati, per internare poi tutti quelli che non saranno considerati clinicamente perfetti”.

In effetti le strutture psichiatriche che avevano in cura questo soggetto non avrebbero dovuto vigilare di più? Non vede delle mancanze?

“Non vi possono essere strutture di controllo pieno dei comportamenti di persone che soffrono di disturbi mentali, altrimenti dovremmo trasformare la società in un immenso manicomio. Bisogna accettare il principio che anche chi non è sano di mente, e sono sempre di più quelli che non lo sono, ha diritto di esistere e di circolare, mettendo in conto anche il rischio dell’imprevedibilità delle loro azioni”.

Mi scusi, ma che facciamo allora, rischiamo di farci ammazzare perché un  malato di mente possa essere lasciato libero di circolare?

“Fino ad oggi la stragrande maggioranza dei delitti sono stati commessi da soggetti che non erano stati mai sfiorati dalla psichiatria, ma qualora un omicidio venga commesso da chi soffre di problemi psichiatrici, non è certo chiudendo le persone in manicomio che si può pensare di risolvere il problema”.

E allora come si risolve?

“Semplicemente non si può risolvere, punto”.

Professore, sta dicendo che dobbiamo restare impassibili e accettare tutto questo?

“Dobbiamo convivere con la presenza di soggetti psicologicamente disturbati, così come dobbiamo convivere con i virus, con il male, con le nevrosi, con la psicosi, con le guerre, le sofferenze, con tutti i pericoli possibili, dobbiamo convivere con tutto ciò che non ci piace perché è impensabile ridurre tutta la società ad una sorta di laboratorio, di manicomio, di infermeria, dove pretendere di rinchiudere tutto ciò che non ci fa vivere sereni. Significherebbe voler trasformare il male in qualcosa di molto più terrificante”.

Però se un soggetto è pericoloso, non è giusto controllarlo e impedire che possa nuocere agli altri?

“Sa quanti soggetti ci sono in Italia con queste caratteristiche? Parliamo di almeno 900mila. Questa idea di vivere in un mondo a zero rischi è una follia totale. Quando si pensa di prevenire tutti i mali, si finisce con il determinare il massimo del male. Vogliamo forse una società robotizzata, algoritmizzata, dove tutti siamo controllati con i microchip? Con tutto il rispetto questo mi sembra il massimo del male, ed è proprio questo il modello che stanno cercando di imporci. La libertà, piaccia o no, ha bisogno del caos e il caos non può prescindere dalla libertà”.

Come giudica invece l’atteggiamento di chi, anzichè intervenire per salvare il nigeriano dalle mani dell’aggressore che lo stava uccidendo si è messo a filmare la scena?

“Provi lei a mettersi contro un energumeno delirante se non è un lottatore specializzato con il rischio di farsi ammazzare. Evitiamo queste ipocrisie per favore. Il fatto di documentare la scena dovrebbe essere invece ritenuto utile alle indagini”.

La comunità nigeriana è scesa in piazza per chiedere giustizia, ma Alessandra Verni, la mamma di Pamela Mastropetro ha giustamente evidenziato come quando la figlia fu uccisa e fatta a pezzi da un pusher nigeriano, nessuno dei connazionali di Oseghale ha espresso solidarietà. Come commenta? 

“Di cosa si sorprende? Purtroppo questo è quello che una certa ideologia buonista ci ha inculcato, trovando sempre nel povero, nell’immigrato, nello straniero le attenuanti possibili ed immaginabili a tutte le azioni che compiono. I reati sono più o meno gravi a seconda della nazionalità o del colore della pelle di chi li commette. Si chiama razzismo rovesciato e anche su questo non possiamo fare nulla. Dobbiamo accettare questa realtà e conviverci”.

 

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