Sanzioni alla Russia, quanto ci costano e chi ci rimette di più

5 minuti di lettura

E’ ormai a tutti evidente come la strategia delle sanzioni contro la Russia per la guerra all’Ucraina si stia ripercuotendo pesantemente contro l’Europa alle prese con una crisi energetica le cui proporzioni rischiano di rivelarsi devastanti.

In Italia, complice la campagna elettorale in corso, nessuna forza politica sembra voler riconoscere la realtà, in quella che appare a tutti gli effetti una gara a chi si presenta più filo Nato e anti-russo degli altri. Soltanto il leader della Lega Matteo Salvini ha detto che è necessario rivedere le sanzioni per non andare definitivamente a sbattere, e per tutta risposta si è sentito accusare di ambiguità e di connivenza con il nemico, cioè il regime di Mosca. La stessa Giorgia Meloni si è sentita in dovere di prendere le distanze dall’alleato e ribadire che non si può deragliare dalla linea filo-atlantica.

L’Italia è fra i Paesi europei più penalizzati dalle sanzioni, dal punto di vista commerciale in primis e poi per le conseguenze della crisi energetica determinata dall’atteggiamento ritorsivo di Mosca. Famiglie e imprese sono costrette a fare i conti con bollette stratosferiche destinate a lievitare ulteriormente in previsione del prossimo inverno. Le aziende inoltre devono fare i conti anche con il calo di fatturato causato dal blocco delle esportazioni verso la Russia.

Ma andiamo a vedere quanto il nostro Paese sta pagando cara la sua fedeltà al Patto Atlantico e la politica di Draghi completamente allineata alla Casa Bianca. 

Tralasciando un attimo la questione energetica andiamo a vedere come le sanzioni rischiano di uccidere l’economia italiana. Sono diversi infatti i territori del nostro Paese che svolgono il ruolo di partner commerciale con la Russia sul fronte dell’interscambio.

La Regione d’Italia più penalizzata è senza dubbio la Lombardia che rappresenta il 28% dell’export italiano verso lo stato russo e il 18% dell’interscambio. Durante i primi nove mesi del 2021, l’interscambio commerciale tra la Lombardia e la Federazione Russa era aumentato notevolmente.

Al secondo posto c’è il Veneto, dove il settore manifatturiero vale quasi 1,5 miliardi di euro all’anno nell’export verso Russia e Ucraina. Il Veneto è esposto nei confronti del mercato russo per quasi un miliardo nei primi tre trimestri del 2021 e con un’incidenza delle esportazioni manifatturiere sul valore aggiunto del territorio pari allo 0,89%.

Segue il Piemonte. Nel 2021 l’export verso la Russia era arrivato a quota 591 milioni di euro. L’interscambio commerciale con Mosca era cresciuto del 42% nei primi sei mesi dell’anno, passando dai 282 milioni di euro del 2020 fino ad arrivare a quota 400,6 milioni di euro.

Poi c’è l’Emilia Romagna le cui esportazioni verso l’Ucraina e la Russia valgono circa 2 miliardi di euro: quasi il 3% di tutta la commercializzazione della Regione sui mercati esteri. In totale sono 136 le imprese emiliane e romagnole che hanno acquisito il controllo di società russe, soprattutto nei settori della metalmeccanica e in quello alimentare.

Infine le Marche che figurano  all’ottavo posto per le esportazioni. Durante i primi sei mesi del 2021, l’export ha raggiunto quota 231 milioni di euro rappresentando il 2,6% delle esportazioni totali della Regione

E i settori più penalizzati? Secondo un’indagine di Intesa San Paolo pubblicata dal Wall Street Italia “i settori maggiormente esposti alle sanzioni ai danni della Russia sono quelli dell’energia e dei beni di consumo. Tra i titoli seguiti dagli esperti della banca d’affari, c’è Maire Tecnimont, società italiana quotata al Ftse Mib che fornisce servizi e prodotti di ingegneria e costruzione per le industrie dell’oil&gas e della green energy. Il gruppo, spiegano gli analisti, è esposto per il 25% del suo fatturato alla Russia per via di una controllata operativa nel paese. Inoltre, il management ha precisato che il 17% dell’attuale portafoglio ordini (pari a circa 1,5 miliardi di euro) si riferisce alla Russia. Sempre nel settore energy, Eni ha invece un’esposizione pari al 2% del suo giro d’affari complessivo.

All’interno del comparto beni di consumo, le aziende maggiormente esposte al mercato russo sono quelle del lusso e dell’abbigliamento retail. Gli esperti di Intesa Sanpaolo citano Geox, che produce nel paese l’8% del suo fatturato, e più indietro ci sono Brunello Cucinelli con il 5%, Moncler, Aeffe e Safilo con il 2% circa, mentre ancora più marginale è il peso della Russia sul giro d’affari di Tod’s e Ferragamo. Tra le altre industrie del settore consumer goods, gli esperti sottolineano l’esposizione del 6% di De’Longhi e quella del 3% di Davide Campari.

Tra i manifatturieri, il titolo più esposto per gli analisti di Intesa Sanpaolo è Buzzi Unicem, azienda attiva nella produzione di cemento e calcestruzzo, che genera il 10% dei suoi ricavi e del suo reddito operativo in Russia. Non da meno anche LU-VE, società che produce prodotti per la refrigerazione e il condizionamento, che è esposta per il 7,6% del suo fatturato. Il peso della Russa sul totale dei ricavi di Pirelli, invece, non supera il 3%. Tra i farmaceutici, infine, gli esperti citano Recordati come la più vulnerabile in caso di sanzioni economiche verso Mosca dato il peso del 4,5% che il paese rappresenta sul suo giro d’affari complessivo”.

A tutto ciò si aggiunge la crisi energetica. Il ministro dell’Energia russo Nikolay Shulginov, intervistato dall’agenzia Tass in occasione dell’Eastern Economic Forum ha dichiarato che “l’Europa non sarà in grado di fare a meno del gas di Mosca almeno fino al 2027”, previsione che purtroppo appare altamente realistica. Ed è un paradosso che proprio l’Europa, dopo essersi resa dipendente dal mercato russo per ciò che riguarda la fornitura di gas, sia in prima linea ad imporre sanzioni che di fatto vanno a penalizzare la propria economia. Un suicidio perfetto.

E non può bastare a consolarci il fatto che anche altri paesi europei stanno nella nostra stessa condizione o forse anche peggio. Come la Germania per esempio, dove il governo ha appena varato un piano di aiuti del valore di circa 65 miliardi di euro per aiutare milioni di famiglie a far fronte all’impennata dei prezzi dell’elettricità, finanziato in buona parte tassando gli extra profitti delle compagnie energetiche. L’Italia invece sta ancora discutendo sul da farsi con il governo Draghi che studia, valuta, fa i conti, ma sembra in realtà sempre più intenzionato a lasciare la patata bollente nelle mani del futuro esecutivo.

Ma se c’è chi con le sanzioni alla Russia esce a pezzi c’è pure chi ci guadagna, e pure parecchio. Gli Stati Uniti per esempio, che come riporta un’inchiesta del Corriere delle Sera forniscono al Vecchio Continente tre volte il gas importato da Mosca. Così da una parte la Nato pretende dall’Europa l’applicazione delle sanzioni alla Russia, e dall’altra gli americani ci guadagnano lucrando sulla crisi energetica europea causata dalle stesse sanzioni.

Ci guadagna anche la Russia naturalmente, perché nonostante Gazprom abbia diminuito del 37,4% le esportazioni di gas, la compagnia nel primo semestre del 2022 ha registrato utili netti per circa 41,5 miliardi di euro. A pesare su questi numeri è il prezzo del gas, aumentato esponenzialmente dallo scorso anno ed esploso con l’inizio della guerra in Ucraina e le sanzioni imposte contro Mosca.

In uno scenario del genere quindi, la cosa più saggia da fare sarebbe rivedere la strategia delle sanzioni, ma si preferisce invece seguire altre strade difficilmente percorribili, come ad esempio l’imposizione di un tetto massimo al prezzo del gas russo, dimenticando che è Mosca a dirigere il gioco e a decidere se chiudere del tutto i rubinetti. Intanto in Europa discutono come sanno fare da sempre, riunendo tavoli e litigando su come intervenire, considerando che non tutti i Paesi europei soffrono allo stesso modo le conseguenze della crisi. E la solidarietà non è mai stato il piatto forte della Ue, dove anzi hanno sempre prevalso gli egoismi e gli interessi di parte.

L’Olanda per esempio grazie all’impatto positivo del Ttf di Amsterdam, mercato di riferimento europeo per il prezzo del gas, nel 2022 ha raddoppiato il suo surplus commerciale nel primo e secondo trimestre del 2022.

E che dire della Norvegia? Oggi è il primo fornitore europeo al posto della Russia. Nel mese di luglio ha raggiunto il record di 15,6 miliardi di euro di surplus commerciale. Rispetto al luglio del 2021 le esportazioni di gas sono quadruplicate, raggiungendo la quota di 12,8 miliardi di euro.

Intanto famiglie e imprese italiane attendono di sapere se riusciranno a sopravvivere con le bollete in arrivo.

 

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Elezioni, Renzi “Il Pd ha perso la sua storia”

Articolo successivo

Calcio: Europa League. L’inglese Pawson arbitra Ludogorets-Roma

0  0,00