Il vero braccio di ferro di Enrico Letta? È già dentro il Pd

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La migliore risposta all’«allarme democratico» lanciato in questi ultimi giorni da Enrico Letta l’ha fornita Matteo Renzi: «Enrico la smetta di fare propaganda elettorale per la destra».

Il beffardo Matteo ha colto nel segno: l’accorato appello del segretario Pd a evitare che il centrodestra conquisti il settanta per cento dei seggi alle prossime elezioni è un clamoroso autogol. Di più: è un’ammissione di sconfitta. Quando infatti Letta afferma che esistono ancora 60 seggi «contendibili» e che bisogna pertanto far crescere il Pd di un ulteriore 4% di voti (ciò al fine di limitare al 55% la futura maggioranza parlamentare di Meloni & Company) quando fa questo discorso, certifica di fatto la vittoria dei suoi avversari. Altro che speranza di rimonta, come qualche giornalista amico del Pd ha generosamente scritto.

Nella stessa occasione, Letta ha fatto anche un altro scivolone. È allorquando il buon Enrico afferma che «con il Rosatellum, il 43% dei voti assicura alla destra il 70% della rappresentanza parlamentare». Una legge potenzialmente antidemocratica? Sarà, ma l’attuale legge elettorale non l’ha voluta Giorgia Meloni bensì la nomenklatura del Pd, tant’è che porta il nome dell’allora capogruppo piddino alla Camera, Ettore Rosato, da cui “Rosatellum”, per l’appunto. Va bene che oggi Rosato sta con Renzi, ma all’epoca era uno dei massimi esponenti a Largo del Nazareno. Ed è buona regola, per un leader politico, non sconfessare l’operato dei suoi predecessori, salvo l’accusa, più che giustificata, di incoerenza e inaffidabilità.

Insomma, Letta ha fatto, con questo improvvido allarme democratico, tutto il contrario di quello che dovrebbe fare un accorto capo partito.

A questo punto, è lecito chiedersi: perché un politico comunque esperto come il segretario del Pd è caduto in una simile ingenuità? Evidentemente c’è dell’altro oltre la goffaggine, oltre cioè l’improbabile tentativo di racimolare qualche voto impaurendo candidati e sostenitori.

Non si va molto lontani dal vero se si prova a leggere in chiave interna al Pd la singolare sortita del suo leader. Quello di Letta ha in realtà tutta l’aria di un messaggio inviato alla classe dirigente dem.

Per capire di che tipo di messaggio si tratta occorre preliminarmente avere ben presenti due circostanze. Primo: il Pd è un partito agitato da una conflittualità intestina tale da divorare in poco tempo tutti i suoi leader, come l’esperienza di questi ultimi dieci anni ci ha dimostrato. Secondo: i capi corrente piddini attendono il leader al varco, pronti a fargli la festa dopo il 25 settembre, tant’è che molti dirigenti dem non si starebbero impegnando a fondo nella campagna elettorale, almeno secondo quanto affermano varie voci provenienti dal quartier generale dem.

Se è così, la sortita di Letta potrebbe essere tradotta in questo modo: «Vedete di darvi da fare, perché, se la destra conquista il 70 per cento dei seggi, per voi saranno cavoli amari». Il problema non è tanto quello delle riforme istituzionali, visto che la Meloni parrebbe intenzionata a procedere attraverso una Bicamerale, quindi con ampie garanzie per le opposizioni.

Il vero problema sono le prossime nomine nei gangli dello Stato, dai giudici costituzionali ai membri laici del Csm, dal governatore di Bankitalia ai vertici dei grandi asset pubblici. Con il 70 per cento dei parlamentari, il centrodestra potrebbe fare man bassa di cariche. E per il Pd, partito abituato a sguazzare nel potere e nel sottopotere, sarebbe un vero trauma. Altro che allarme democratico…

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