Bianchi (ISeP): “Noi il solo baluardo contro il partito unico del sistema”

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Oggi intervistiamo Giorgio Bianchi, candidato alle elezioni del 25 settembre nella lista Italia Sovrana e Popolare. Bianchi è un fotoreporter, autore di importanti reportage dai teatri di guerra, che ha assunto notorietà soprattutto negli ultimi mesi perché è stato fra i pochi operatori dell’informazione a parlare della guerra in Ucraina con un occhio controcorrente. E’ stato forse l’unico italiano a documentare e raccontare i massacri compiuti dall’esercito ucraino e dai miliziani del battaglione Azov nella provincia autonoma del Donbass, realizzando un docufilm dal titolo emblematico: ““Apocalypse Donbass”. Per aver sostenuto che il conflitto in Ucraina è iniziato nel 2014 con il golpe occidentale è finito nella lista nera dei “putiniani d’Italia” stilata dal Corriere della Sera. Ma lui ci tiene a precisare di essere soltanto un reporter appassionato del suo lavoro che ama raccontare le cose senza fermarsi alle verità preconfezionate.

Bianchi, come mai ha deciso di tentare l’avventura parlamentare?

“Non avrei mai pensato di candidarmi, non ho mai fatto politica in vita mia, neanche da giovane, perché l’unico mio interesse era giocare a tennis. I miei amici mi rimproveravano per questo, dicendomi che avrei dovuto impegnarmi politicamente invece di dedicarmi soltanto allo sport. Poi crescendo ho iniziato a maturare una coscienza politica, sempre però al di fuori dei partiti. Ho per di più studiato, interessandomi di alcuni argomenti in particolare, la strategia della tensione per esempio, la loggia P2, gli scenari geopolitici, ma sempre in maniera indipendente, senza mai seguire una visione di parte. La svolta è arrivata con la mia professione di fotoreporter che mi ha permesso di mettere le mani direttamente in alcune situazioni che prima avevo soltanto studiato, ad esempio il fenomeno delle rivoluzioni colorate, e ho iniziato così a comprendere meglio certe dinamiche. Nel momento in cui si maturano delle proprie convinzioni, anche se autonome, di fatto si è assunta anche una visione politica”.

Sulla candidatura ha forse pesato il suo attivismo nel raccontare la guerra in Ucraina con un occhio diverso da quello dei media occidentali?

“Io ho fatto sempre parlare solo il mio lavoro, i miei reportage che non hanno mai avuto carattere politico ma piuttosto antropologico. In Ucraina ho documentato ciò che vedevo senza alcun intento propagandistico, mettendomi dalla parte dei civili. Poi è chiaro che mi sono fatto le mie convinzioni basandoni sulla mia esperienza diretta sul campo e raccogliendo informazioni. Nel 2015, dopo aver descritto la rivoluzione colorata del 2014 come un colpo di stato, mi è stato impedito di entrare in Ucraina, quindi mio malgrado sono potuto accedere soltanto nel Donbass e questo ovviamente ha limitato la mia capacità di poter raccontare le vicende dalle diverse angolazioni. Nel 2018 tuttavia, con un fotografo americano, abbiamo realizzato un documentario attraverso il quale abbiamo cercato di raccontare la guerra da ambo i lati; io ho coperto il lato autonomista, lui quello governativo ed è venuto fuori un prodotto completo e obiettivo. Non c’è nessuna parzialità da parte mia, ma soltanto il desiderio di descrivere una guerra civile che dura da otto anni, dove i torti e le ragioni non sono mai soltanto da una parte e dove non ci sono buoni contro cattivi. Quando il 24 febbraio c’è stata l’escalation ho continuato a seguire il conflitto dal lato autonomista ma soltanto perché non potevo entrare in Ucraina”.

Come stanno realmente le cose, al di là di ciò che ci raccontano tutti i giorni i nostri media?

“Come detto non è stata mai mia intenzione schierarmi pregiudizialmente da una parte contro l’altra, ma quando ho visto che i media occidentali raccontavano la guerra esclusivamente dal lato dell’Ucraina dopo aver taciuto per otto anni sulle aggressioni dell’esercito ucraino nelle province autonome del Donbass, ho ritenuto opportuno continuare a documentare come veniva vissuto il conflitto da parte delle popolazioni autonomiste e di come anche gli ucraini fossero impegnati a bombardare e a massacrare civili innocenti. La democrazia a mio giudizio si dovrebbe reggere sulla pluralità delle informazioni e dei punti di vista. Ieri sera a Ferrara ho discusso con una ragazza ucraina alla quale ho spiegato che sono italiano, quindi non sono né russo, né ucraino, non ho nessun interesse ad assumere una posizione di parte. Ma noi italiani in quel conflitto non c’entriamo nulla e quindi dovremmo evitare di schierarci dentro una situazione che non conosciamo, ignorando che ci sono delle evidenti ragioni che hanno spinto i russi ad intervenire. Da otto anni la Nato tenta di espandersi fino alle porte di Mosca, mentre da parte dell’Ucraina sono stati messi in atto reiterati tentativi di pulizia etnica contro le popolazioni autonomiste del Donbass. La Russia ha tentato di fermare tutto questo a livello diplomatico, ma quando si è resa conto che era impossibile, è dovuta intervenire militarmente. Ma ripeto, da italiano non mi cambia nulla se la guerra la vincono i russi o gli ucraini, mi interessa avere una posizione acritica ma obiettiva sui fatti”.

Grazie alla posizione assunta contro la Russia e alle sanzioni imposte dall’Europa ci troviamo alle prese con una crisi energetica che si annuncia drammatica. Come se ne può uscire?

“Stiamo segando il ramo su cui poggiamo, questo è chiaro a tutti ormai, ma attenzione a non collegare la crisi energetica con le sanzioni, perché in realtà non sono strettamente collegate. L’impennata dei prezzi energetici in realtà dipende dalla folle politica dell’Unione Europea che ha deciso di rompere dei contratti a lungo termine con la Russia e che di fatto legavano il prezzo del gas a quello del petrolio. Contratti che era stata la stessa Europa a richiedere.  Questo accordo garantiva un valore di riferimento stabile e senza fluttuazioni. Tenga conto che questi contratti andavano a totale vantaggio del compratore, non certo del venditore che aveva tutto l’interesse ad applicare prezzi di mercato. Quando l’Europa ha deciso di rompere i contratti per passare al mercato libero, i russi sono stati i primi, contro i loro stessi interessi, ad avvisarci che avremmo rischiato prezzi più alti a causa di possibili perturbazioni dello scacchiere geopolitico. Cosa che si è puntualmente verificata. L’Europa dovrebbe avere tutto l’interesse a mantenere contratti a lungo termine in grado di garantire stabilità dei prezzi, per permettere ai settori produttivi di poter pianificare i cicli di produzione delle fabbriche, cosa che oggi è impossibile a causa delle continue fluttuazioni del costo del gas”.

Quanto è importante per l’Italia riallacciare i rapporti con Mosca? 

“Basterebbe copiare quello che fa la Turchia. I turchi stanno come noi nella Nato ma trattano regolarmente con la Russia e oggi sono diventati l’ago della bilancia, visto che il patto sul grano fra Putin e Zelensky è stato possibile grazie alla mediazione di Erdogan, con l’Onu che si è inserito a giochi fatti. Ai tempi della Prima Repubblica anche noi ci saremmo comportati così, quante volte abbiamo trattato con l’Unione Sovietica mantenendo comunque la fedeltà alla Nato? Anche l’India continua a trattare con Mosca nonostante le minacce degli Stati Uniti, perché il dialogo con i russi per loro è strategico. L’Europa preferisce invece il suicidio collettivo grazie anche a governi europei infiltrati da soggetti che non rispondono agli interessi nazionali, ma a quelli atlantici”.

In Italia Letta e Meloni sono entrambi favorevoli alle sanzioni contro la Russia, all’invio delle armi a Kiev e si proclamano atlantisti. Ma allora, chi fa gli interessi nazionali?

“Fa un certo effetto vedere proprio in questi giorni Adolfo Urso in pellegrinaggio negli Stati Uniti per esporre il programma della Meloni. Daniele Sepe, grande musicista e jazzista davvero controcorrente che ho intervistato in questi giorni ha detto che, stando così le cose, sarebbe molto più serio votare direttamente il Presidente degli Usa e non le sue controfigure italiane. La stessa Meloni che era accusata fino a ieri di essere sovranista, ora che vede davanti la possibilità di andare al governo, corre a cercare la benedizione degli americani. Se molti italiani come temo sceglieranno ancora una volta l’astensionismo, rischieremo di avere il primo governo della storia repubblicana senza opposizione, visto che ci ritroveremo governati da un unico partito Nato che va da Letta a Meloni. La caduta del governo Draghi rischierà di essere soltanto un rimpasto mediato dalle elezioni, con Draghi che cede il posto alla Meloni e con Meloni e Letta che attraverso un gioco delle parti fingeranno di litigare sulla forma per poi ritrovarsi puntualmente d’accordo sulla sostanza”.

Perché ha scelto Italia Sovrana e Popolare?

“Perché sono stati gli unici a propormi la candidatura. Per ben tre volte Francesco Toscano mi ha chiamato e le prime due volte ho detto No perché volevo riposarmi e dedicarmi alla famiglia in attesa di ripartire poi ad ottobre per il Donbass. Poi la terza volta mi sono convinto perché Italia Sovrana e Popolare è riuscita a fare sintesi fra posizioni diverse superando gli steccati ideologici e dimostrando che si può lavorare ad un progetto serio senza necessariamente restare prigionieri di una gabbia ideologica. Ho capito che qui posso dare seguito alle idee in cui credo e che ho portato avanti in questi due anni. Mi sono sempre sforzato di dire che ognuno di noi deve impegnarsi per il bene comune, passando dalle parole ai fatti. Rifiutare la candidatura avrebbe significato entrare in contraddizione con le mie stesse idee. C’è oggi un’Italia che non vuole la guerra, non vuole inviare armi, che è stufa dell’Europa e della Nato, che vuole uscire dagli schemi ideologici, che non vuole ritrovarsi altre imposizioni come avvenuto con i vaccini e il green pass, e questa Italia ha diritto ad essere rappresentata. Ma questa difesa degli interessi nazionali possono garantirla soltanto le forze anti sistema, le uniche che hanno fatto opposizione in questi ultimi due anni. Per questo mi sto sforzando di invitare gli italiani ad andare a votare e a sostenere  le forze alternative al sistema dominante. L’astensionismo serve soltanto a mantenere inalterato lo status quo, a garantire la sopravvivenza del sistema, è soltanto votando le forze del dissenso che si può davvero avere un cambiamento e garantire un’opposizione ad un governo che rischia di tramutarsi in una monarchia assoluta, dove destra e sinistra altro non sono che le facce della stessa medaglia, con gli uni funzionali agli interessi degli altri. Credo che questa opportunità non vada sprecata”.

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