Elezioni. Ecco cosa succede se vince il centro-destra. Un film già visto

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Umili consigli per evitare il medesimo film che tra l’altro, mi ha coinvolto sul piano professionale e culturale, già al tempo delle due vittorie del centro-destra, alle politiche del 2001 e del 2008.

Anche in quei casi lo schieramento ottenne una buona maggioranza di seggi, tesoretto che gradualmente disperse come neve al sole.
Il centro-destra, infatti, non riuscì in due occasioni storiche, né a disegnare un suo modello di società, né a esprimere una classe dirigente credibile e competente, né a resistere agli attacchi dei poteri forti, di Bruxelles, del Fmi, della Banca centrale, del Quirinale etc.
Si divise al suo interno, ad esempio, Berlusconi vs Fini, e fu l’anticamera, come abbiamo ampiamente sperimentato dell’avvento dei tecnici, graditi solo ai salotti che contano.
E Monti, come noto, ha fatto la stessa fine di Draghi: i migliori, dopo una fase eroica, vengono inesorabilmente emarginati, da una politica di fatto commissariata che quando fallisce li richiama in qualità di salvatori della patria. Per poi, nuovamente riprendere il controllo a loro danno. Sembra quasi una regola fisica e fisiologica della nostra democrazia.

Il timore che molti hanno, è che la Meloni reitererà la maledizione del centro-destra.
Una piccola prima fase gloriosa e una seconda all’insegna dell’impasse, dello sfilacciamento intestino, infine della dissoluzione. Morale, la destra è condannata a vincere, sommando componenti le une contro le altre armate, vere e proprie armate Brancaleone, dove dentro c’è tutto e il contrario di tutto (europeisti, euroscettici, liberali, statalisti, cattolici, laici), ma non riuscirà dopo il 25 settembre, a governare. Anche perché la governabilità coerente presuppone l’omogeneità culturale. Una sintesi, che va ben al di là del programma formalmente unitario. Già vediamo pure ora, in piena campagna elettorale, emergere incompatibili le differenze e le divisioni politiche tra Fdi, Lega e Fi, malcelate dall’esigenza di fare il pieno dei voti (la logica del Rosatellum).

Allora cosa dovrebbe fare la Meloni? Due strategie; la prima, forse l’ha già messa in cantiere: accreditarsi presso i poteri forti, interpretare la parte della moderata per conquistare il consenso dei centristi, dimostrarsi credibile, presentabile e affidabile (come da slogan “Pronti a governare”), ma poi costruire un governo tosto e identitario.
Un governo che di fronte alle molteplici patate bollenti, in arrivo ed ereditate (crisi economica, pandemica, bellica, energetica), crollerà dopo un anno, con relativa sicura fuga di Salvini e Berlusconi, che andranno a riformare un esecutivo di larghe intese, con Renzi e Calenda.

La seconda, comporre immediatamente un governo para-tecnico, capace di accogliere subito le richieste del Quirinale e non solo (Mattarella ha già chiesto due ministri nei posti che contano), collocando in periferia la sua squadra destrista. Tale trovata le consentirebbe di resistere più a lungo. Ma sarebbe un governo di destra? Accontenterebbe il suo elettorato che chiede vera alternativa, valori diversi e discontinuità rispetto al passato?

Ecco il punto. La Meloni dovrà reagire, rispondere alle pressioni. Avrà la forza di restare sé stessa?
Se non ci riuscirà, si guadagnerà magari dei punti istituzionali, ma dimostrerà di essere solo il lato destro del pensiero unico.
Del resto, già sullo scostamento, l’atlantismo e certo liberismo, sembra aver metabolizzato l’agenda Draghi.
Speriamo di essere smentiti.

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