Dichiarazioni post-voto. Le ambiguità e i sogni di Salvini, Letta e Calenda

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Le conferenze post-voto di ieri hanno evidenziato quanto segue: tutti gli sconfitti hanno rimandato le loro scelte personali future a incontri, assemblee federali e congressi.
Va dato atto, invece, per una volta, all’onestà intellettuale di Letta, che unico tra le varie figurine grottesche e patetiche della politica nostrana, ha avuto il coraggio di dire che si presenterà dimissionario alla prossima assise del suo partito.

SALVINI. Sa perfettamente che il corpaccione nordista della Lega sta per impallinarlo. Del resto, lui stesso l’ha portata dal 4% a percentuali maggioritarie, quando era ministro degli Interni, numeri totalmente vanificati e perduti ora.
Nella sua conferenza stampa ha parlato di “punto di partenza”? Ma di cosa? Il suo sovranismo padano, ri-declinato in sovranismo nazionale, se in una prima fase ha pagato, adesso no. Non più. Secondo lui, le percentuali misere ottenute alle urne (l’8%) sono unicamente da attribuirsi alla partecipazione obbligata al governo Draghi, scelta che rifarebbe, per amore dell’Italia, ma che lo ha oggettivamente penalizzato. Costringendolo alla famosa strategia di comunicazione “di lotta e di governo”, che gli ha fatto perdere i voti e la stima dei moderati del Nord imprenditoriale, delle partite Iva, delle piccole e medie imprese e dei governatori, in primis Giorgetti (amico di Draghi), e, dall’altro lato, i consensi identitari, tosti, sovranisti, finiti in Fdi.
Morale della sua comunicazione post-25 settembre? Non seguire le indicazioni degli Zaia, dei vari Fedriga, ma tornare ad essere la Lega. “E quando la Lega è sé stessa, non ce ne è per nessuno”. Quindi, nessuna critica immediata, nessuna autocritica, ma congressi federali, rimandando analisi relative su cosa si è sbagliato a domani. E, soprattutto, nessun ritorno alla Lega nordista e basta. Anzi, dentro il governo Meloni, Salvini giocherà un ruolo da protagonista.

CALENDA. Ha preso atto che l’Agenda-Draghi è la vera sconfitta del voto. Ha vinto, infatti, una maggioranza contraria ai valori e alle ricette espresse dal premier uscente, il popolo-sovrano ha scelto “la destra sovranista e populista”, e ha ammesso che Azione si aspettava un risultato a doppia cifra.
Un’ enorme differenza, basata sull’obiettività, rispetto alle narrazioni post-voto, dove ogni leder di partito non riconosce mai la verità e confonde ad arte la realtà con la propaganda.
Calenda, col suo 8%, intende comunque continuare a sparigliare gli schieramenti ufficiali, centro-destra e centro-sinistra, nel nome di nuove identità. Il suo obiettivo è costruire una casa riformista, liberale, moderata, europeista e popolare.
Una cosa che non riesce a digerire è la scissione tra il voto populista e la credibilità che gli italiani attribuiscono a Mattarella e a Draghi, simpatia poi smentita dalle urne. Gli italiani sono plagiati o schizofrenici?
Cosa farà ora? Andrà d’accordo con Renzi, tornerà ad allearsi col Pd, nel nome e nel segno di un’opposizione dura, ma costruttiva?

LETTA. Il titolo che farebbe il segretario del Pd, se fosse il direttore di un giornale, sarebbe “Orban ha vinto, Putin ride”. Anche perché la sua campagna di comunicazione incentrata sul pericolo democratico, sullo spettro fascista, è stata sonoramente sconfitta e smentita nei fatti. Prova ne è, per rappresentazione plastica, la Rauti, nel collegio di Sesto San Giovanni, un tempo patria dei lavoratori di sinistra, che ha doppiato Fiano, emblema della lotta al nazismo.
Se la Meloni ha parlato di “giorno felice per la democrazia”, Letta ha calcato la mano sul “giorno triste per la democrazia”.
Ha ammesso che ha prevalso un’Italia contraria all’Agenda-Draghi, e ha dato la colpa a Conte per aver fatto cadere il governo di super-Mario.
Difficile pensare che il Pd si possa nuovamente alleare con i grillini. Almeno finché Letta resterà alla sua guida. Infatti, assumendosi la responsabilità della sconfitta (il Pd al 19%), pur ribadendo che il suo è il “primo partito di opposizione alle destre e il secondo in Italia”, ha detto che al prossimo congresso che dovrà stabilire la nuova identità del partito, non si presenterà. Magari qualcun altro si occuperà del recupero grillino. In fondo, se ci fosse stata un’alleanza “modello-Ulivo”, da Azione ai grillini, il centro-sinistra avrebbe prevalso sul centro-destra.
Quel “campo largo” che inizialmente Letta auspicava e che non si è realizzato per varie ragioni che non riusciremo mai a capire veramente. Anche perché, da Calenda allo stesso leader-dem, ognuno dice cose diverse.

Medesima ambiguità sul “caso-Bonino”. Calenda sostiene che Letta l’abbia candidata nello stesso collegio romano per fargli un dispetto. Letta, al contrario, dice che Calenda, sapendo che lui avrebbe candidato la Bonino, si è candidato ugualmente per fare da guastatore, per boicottare il Pd e la sinistra.
In definitiva, un compito arduo per Letta e per chi lo sostituirà. E c’è da capirlo. Ha basato la sua battaglia sull’emergenza democratica, smentito dai cittadini, dimenticando che il Pd, ultimamente, è andato sempre al governo senza mandato popolare.
Vedremo ora se le parole a caldo dopo il voto saranno pure parole a freddo.

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