Presidenzialismo, ecco le opportunità e le insidie per la Meloni

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Riforme e presidenzialismo, siamo finalmente entrati nella tanto agognata legislatura costituente? Giorgia Meloni ne fa un punto qualificante del suo programma e pare decisa ad andare fino in fondo.

A neanche 48 ore dalle chiusura dei seggi, FdI è partito a razzo con il capogruppo uscente alla Camera, Francesco Lollobrigida (uno degli uomini più vicini alla leader), che ha lanciato la proposta di una «rivisitazione» della Costituzione «a partire dal presidenzialismo». E già questo fatto ci dice che, indipendentemente da come andrà a finire, il tema delle riforme costituzionali sembra comunque destinato a tenere banco nel confronto politico prossimo venturo, almeno finché ci sarà il governo Meloni.

Quanto all’esito, tutto dipenderà da una serie di variabili, alcune prevedibili, altre meno. Tra le meno prevedibili c’è naturalmente quella legata alla stabilità del governo e, soprattutto, alla sua durata. Nel senso che difficilmente le riforme entrerebbero realmente in agenda se la Meloni non riuscisse a disattivare la voglia di rivalsa degli alleati (soprattutto della Lega) e se quindi l’esecutivo cominciasse a ballare già dai prossimi mesi. Altra ipotesi negativa sarebbe se i conti pubblici peggiorassero in modo serio. In tal caso, se la barca rischiasse di affondare, a tutto si penserebbe fuorché a riformare le regole istituzionali.

Ma pensiamo positivo. Ed esaminiamo le variabili prevedibili. La prima è legata allo strumento che si sceglierà per realizzare le riforme. Lollobrigida su questo punto è stato possibilista: «Una costituente, una bicamerale, si può trovare la formula. Basta che raggiungiamo l’obiettivo». Possibilista va bene, ma FdI ha il dovere di uscire al più presto dal generico, perché costituente e bicamerale sono strumenti piuttosto differenti tra loro.

Una costituente sarebbe lo strumento privilegiato per il presidenzialismo, dal momento che ci sarebbe da riscrivere l’assetto politico-istituzionale italiano. Ma si tratta di una via impegnativa, laboriosa e politicamente delicatissima. Le forze oggi in campo sono in grado di garantire in tempi ragionevoli tutto il complesso e lungo iter necessario ad  allestire una assemblea cui affidare un compito che non è esagerato definire storico? Qualche dubbio è legittimo, non fosse altro perché richiederebbe un’alta motivazione ideale nella generalità del mondo politico. E oggi siamo ben lontani dalla temperie morale del dopoguerra, quando fu scritto il patto costituzionale tra le macerie dell’Italia.

Egualmente laboriosa, anche se meno impegnativa, è la via della bicamerale. Ne abbiamo diverse esperienze, anche se tutte in vario modo sfortunate. L’unica arrivata quasi al traguardo fu la bicamerale D’Alema (la commissione Bozzi e quella De Mita-Iotti si persero nelle nebbie). I commissari impiegarono meno di un anno, nel 1997, per approvare il testo definitivo. Ne uscì il modello di una Repubblica semipresidenziale, anche se il capo dello Stato eletto dal popolo rimaneva comunque un garante, non disponendo dei poteri politici di quello francese. Il famoso “patto della crostata” siglato da Berlusconi, D’Alema, Fini e Marini sembrò garantire politicamente il progetto di riforma. Mancava solo il doppio voto finale del Parlamento previsto dall’art 138. Così sarebbe nata realmente una nuova Repubblica con una gestazione di un paio d’anni. Invece, nella primavera del 1998, Berlusconi fece saltare il tavolo e non se ne face più nulla. Dopo qualche mese cadde il governo Prodi: la bicamerale per le riforme era stata pensata anche per stendergli attorno una rete di protezione. Quell’esecutivo finì per altri motivi, ma è certo che lo sfortunato esito della bicamerale ne accelerò la caduta.

Tutto questo serve a ricordare che allestire un meccanismo per le riforme è possibile e che si può condurre in porto il progetto in tempi ragionevoli. Occorre però muoversi tempestivamente  e trovare le giuste sponde politiche, non essendo pensabile che  il centrodestra introduca il presidenzialismo (o qualsiasi altra riforma) a colpi di maggioranza. Sarebbe un rischio altissimo, come ci dimostra l’infelice esperienza di Matteo Renzi. E lo sarebbe soprattutto in questo momento di crisi sociale ed economica incombente. L’ultima cosa che la Meloni dovrebbe fare è quella di rinchiudersi a Palazzo Chigi come se fosse un fortilizio.

E qui arriviamo alla seconda delle variabili prevedibili: la garanzia delle condizioni politiche della riforma. In questo momento il clima pare favorevole. È già arrivata a Giorgia la disponibilità del terzo polo ad aprire un «tavolo».

L’apertura è venuta da Renzi, il quale s’è detto favorevole a un modello tipo “sindaco d’Italia”, alla soluzione cioè di estendere al governo nazionale il sistema per la scelta dei sindaci. Assomiglia al presidenzialismo, ma non lo è. È piuttosto una forma di elezione diretta del presidente del Consiglio, che a qual punto cesserebbe di essere una sorta di “primus inter pares”, diventando un vero primo ministro, dotato peraltro di un potere politico fortissimo perché una sua eventuale caduta comporterebbe l’automatico scioglimento delle Camere.

Va detto comunque che l’idea di rafforzare il potere esecutivo incontra oggi, nel mondo politico e culturale, un favore impensabile fino a qualche anno fa. Significativo il fatto che nel dibattito di questi giorni sia intervenuta l’autorevole voce di Sabino Cassese: «Quando, nell’ultimo decennio del secolo scorso, si introdusse la riforma presidenziale per comuni e regioni, si disse che si voleva sperimentare il presidenzialismo per trasferirlo poi a livello nazionale. La sperimentazione ha dato risultati positivi; perché non tenerne conto?».

Arrivare a una soluzione simile, o comunque a una riforma seria dell’assetto costituzionale, presenterebbe un doppio vantaggio politico per Giorgia Meloni: le consentirebbe di rafforzare il suo governo e, nello stesso tempo, di compensare con un risultato storico l’inevitabile diminuzione di popolarità derivante dai compromessi che sarà costretta fare sul fronte dei rapporti con l’Europa e delle politiche economico-sociali.

Deve però stare attenta ai tranelli. Lascia pensare il fatto che la prima apertura le sia venuta da Renzi, lo stesso che si è recentemente vantato di riuscire a far cadere un governo ogni due anni. Sarebbe bene per la premier in pectore cercare una sponda anche dentro il Pd, dove pure non mancano i settori favorevoli alle riforme costituzionali. In questo modo, allargherebbe la rete di protezione per il suo governo e approfondirebbe le divisioni nel fronte dell’opposizione.

Sarebbe un peccato se anche questa volta l’eventuale tentativo di riforma finisse su  un binario morto. I precedenti non sono favorevoli alla Meloni. Ma smentire i tanti gufi annidati nei palazzi del potere sarebbe, di per sé, un risultato storico.

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