Pd. A forza di fare cose di destra gli italiani hanno scelto l’originale e buttato la copia

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La crisi del Pd viene da lontano (fin da quando neo-post-comunisti e spezzoni catto-progressisti e laicisti della Margherita, si sposarono, senza la presenza fondamentale della famiglia socialista).
E non crediamo che l’ennesima costituente, l’ennesimo nome uscito dal cilindro, l’ennesimo segretario da usare e bruciare al momento opportuno, possano far ripartire un soggetto politico in via di estinzione.

Tramonto lento, ma inesorabile, confermato pure dal segmento sociale che ormai lo vota: dipendenti pubblici, pensionati. Da anni (e dal 25 settembre) i dem hanno perso per strada le periferie, i lavoratori, i giovani (che non hanno votato o che hanno addirittura preferito Calenda), i disoccupati, i professionisti, i docenti (terreno privilegiato della sinistra), i commercianti. Resta in loro possesso solo il mainstream (tv, giornali, università, cultura), figlio di un’antica appartenenza dura a morire.

A Letta che durante la campagna elettorale ha sbagliato tutto (comunicazione, postura, programmi, alleanze), va dato atto di essersi assunto la responsabilità della sconfitta. Qualità rara oggi.
Il partito, naturalmente, la chiama e la chiamerà democrazia, ma la forma non può nascondere la sostanza.
Sicuramente si venderanno il prossimo congresso come espressione di una vera concezione repubblicana, una rinascita salvifica, a differenza dell’impostazione monarchica, ereditaria, leaderistica, del centro-destra. Che vive e vegeta nei secoli senza ricambio o con successioni molto sofferte.

Ma resta il dato di fondo. Cambiare facce (pronti ai bordi di partenza Bonaccini, la Schlein, la De Micheli, Ricci, Nardella e De Caro), già un piccolo passo in avanti (due su quattro) circa la valorizzazione delle donne (altro argomento ceduto alla destra, che godrà di una futura premier donna); e cambiare nome (Pci, Pds, Ds, Pd e ora?), basterà a riprendere contatto con la società civile, col mondo del lavoro, uscendo definitivamente dai centri-storici, dai salotti radical-chic e dalle zone Ztl?

Se domandiamo quale sia attualmente l’identità del Pd, nessuno sa rispondere: partito laburista, democratico-americano, progressista, liberal, radical, social-democratico?
Forse l’unica definizione calzante è “partito radicale di massa”, proprio perché ha svenduto la battaglia dei diritti sociali per i diritti civili.
La verità è che il Pd è il presidio dei garantiti, dei tutelati, dello status quo, della finanza, delle banche, di Bruxelles.
Un percorso che lo ha reso desolatamente distante anni luce dai poveri, gli oppressi, dalle lotte per l’uguaglianza, la giustizia sociale, Dna storico della sinistra.

Un tempo Agnelli e D’Alema ebbero modo di dire che in Italia l’unica forza che potesse fare cose di destra era la sinistra. A forza di fare cose di destra, la sinistra ha smesso di fare la sinistra e la gente ha premiato l’originale (la destra), mandando a casa la copia.

Riuscirà la nuova classe del Pd a smettere di ritenersi il bene, il giusto, il perfetto, il pensiero unico? Smetterà di fare l’antifascista in assenza del fascismo, di fare la bigotta in assenza della religione, di fare l’etica in assenza di etica, comandamenti ideologici del laicismo? Smetterà di appiattirsi supinamente sugli Usa, su Bruxelles e il grande capitale? Smetterà di amare i tecnici, parto dei poteri forti e la governabilità a qualsiasi costo? Tornerà ad essere massa critica nei confronti del capitalismo, del liberismo?
A meno che non pensi e non voglia ancora una volta inventarsi una terza via che, prove e numeri alla mano, non esiste. E non è mai esistita.

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