Lega, il ritorno di Bossi nell’ora più buia di Salvini

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A volte ritornano, quando serve. E, alla Lega, il vecchio Umberto Bossi evidentemente serve ancora. A 81 anni suonati, il “senatur” ricompare sulla scena lanciando un “comitato del Nord” per promuovere l’autonomia regionale.

Di per sé non sarebbe un fatto dirompente, se però il “risveglio” di Bossi non venisse, come viene, nell’ora più buia di Salvini e nel momento più complesso della crisi esistenziale della Lega. Che cosa è diventato oggi il Carroccio, dopo la ritirata dal Sud e dopo il fallimento del progetto della Lega nazionale? Davvero la classe dirigente salviniana può sperare di recuperare consenso e peso politico riabbracciando come se nulla fosse la vecchia identità nordista e federalista? E poi la domanda più seria: la guida del partito potrà essere affidata ancora a Salvini dopo il catastrofico esito delle elezioni del 25 settembre? Sono tutte ferite aperte. E richiamare in servizio l’anziano leader è come spargervi sopra manciate di sale. Quantomeno, è assicurato un surplus di dolore.

Non senza qualche ragione, i fedelissimi dal Capitano/Capitone sospettano che Bossi possa essere stato «strumentalizzato» dai nemici interni (vecchi e nuovi) del segretario, che hanno rialzato la cresta dopo il 25 settembre.

Ma l’iniziativa del vecchio capo leghista non è che l’espressione più rappresentativa di un malessere che covava da tempo e che oggi si esprime in un numero crescente di iniziative di dissenso, a partire dalla raccolta di firme per indire congressi sul territorio e per arrivare all’improvvisa sortita della vecchia guardia bossiana: i vari Roberto Castelli, Francesco Speroni, Giancarlo Pagliarini sono usciti in questi giorni dalla naftalina per sparare ad alzo zero contro Salvini. Bobo Maroni, da parte sua, è arrivato al punto da chiederne le dimissioni, proponendo come nuovo leader il governatore del Veneto Luca Zaia. Il quale ultimo s’è però guardato bene dall’assecondare una simile iniziativa. Non foss’altro perché prendere in questo momento le redini la Lega equivale a bruciarsi. E non foss’altro anche perché scalzare un segretario del Carroccio è, per statuto, un’impresa piuttosto complicata.

Ma, al di là della sorte della leadership di Salvini, rimane il fatto che le ragioni del malessere della Lega sono profonde e di lungo periodo. Il Carroccio sconta l’addio alla Padania senza la compensazione di un vero incontro con l’Italia.

La stagione di Salvini il “Capitano”, con la Lega che volava sul 34% dei voti (elezioni europee del 2019), è stata breve ed effimera.  Poi è arrivato il Papeete, il passaggio all’opposizione con la nascita del governo giallorosso e poi ancora il ritorno al governo con l’appoggio a Draghi: il progetto salviniano di una Lega nazionale e sovranista s’è sbriciolato in pochi anni nelle mani del leader. Salvini non ha capito che le emergenze sopravvenute tra il 2020 e il 2022 (dal Covid alla guerra in Ucraina) stavano cambiando il quadro italiano ed europeo e richiedevano un riposizionamento della Lega nella società e nella politica. Non ha capito che un’ondata di smarrimento si stava diffondendo nel Paese e che non era più tempo di slogan reboanti, di sfide all’OK Corral con Europa e ong, di immagini confuse tra governo e opposizione.

Gli errori politici di questi anni (non solo di Salvini beninteso, ma di tutto il gotha leghista) hanno reso incerta l’identità della Lega, indebolendo quell’immagine di concretezza e di solidità che aveva permesso al Carroccio il radicamento nella sua storica base sociale: i ceti produttivi del Nord. Basterà solo dire che in Veneto la Lega è crollata al 14% mentre FdI è al 32,2.

Potrebbe certo essere solo un segnale di avvertimento. Ma potrebbe anche indicare una linea di tendenza di lungo periodo, con Fratelli d’Italia che si radica nel reticolo socio-economico dei territori del Nord.

La Lega ha certo le sue risorse e i suoi punti di forza nella classe dirigente locale e regionale, con al vertice figure di grande carisma come Luca Zaia. E lo stesso Salvini, benché fortemente ammaccato e ridimensionato, potrebbe sempre ritrovare un ruolo, per sé e per il suo partito, che gli faccia riconquistare concretezza e affidabilità agli occhi degli elettori.

Molto dipenderà anche dall’atteggiamento di Giorgia Meloni, che dovrà mantenere la via di cautela fin qui seguita evitando di far usci una Lega troppo ridimensionata dalle trattative per la formazione del nuovo governo. Avere a fianco un alleato ferito è assai peggio che avere di fronte un avversario inviperito.  

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