Lazio al voto. I problemi del Pd. Chi sale, chi scende e i trombati che tornano

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Nicola Zingaretti

Diciamo la verità. La Regione Lazio diverrà la cartina di tornasole per verificare se l’onda tricolore continua, o se si è trattato di una semplice reazione emotiva e fisiologica all’ammucchiata del governo dei migliori, con tutto quello che ha significato: il commissariamento della politica, la sensazione che il voto non cambi realmente la vita dei cittadini e non serva a nulla. Prova ne è che, nonostante la radicalizzazione dello scontro tra destra e sinistra, il 35% degli aventi diritto non si è recato alle urne.

Un dato è certo: la sinistra, a guida Pd, perde se non aggrega un’area vasta, un campo largo, come usa dire oggi; una specie di eterna riedizione dell’Ulivo che ha saputo federare le tante anime del riformismo e del progressismo italiano. Solo che ora, e da decenni, non ci sono né un Ulivo, né un Prodi. E ogni leader, chiamato in causa, non è in grado di federare e non ha nessuna idea unificante degna di nota.
Sbagliano, infatti, gli osservatori del mainstream, che non riescono a digerire la sconfitta (il bene non può e non deve perdere), aggrappandosi al teorema che se Pd, Azione-Iv, grillini ed estrema sinistra, si fossero alleati, avrebbero superato i vincitori del 25 settembre.

Non tengono conto che questi partiti hanno ottenuto il consenso proprio in quanto gli uni contro gli altri armati. Quindi, ci vorrà un miracolo per poterli sommare aritmeticamente e tornare a vincere.
Quel miracolo che ha retto finora la gestione-Zingaretti. La Regione Lazio poggia su una maggioranza da campo largo.
Ma gli effetti delle politiche, le dichiarazioni di Conte, Letta (in via di sostituzione), Calenda, Renzi, Bonelli e Fratoiani, non lasciano sperare. Al momento non sembra ci siano varchi.

Azione ha detto chiaro e tondo che non vuole i grillini; i grillini odiano Pd e Calenda; il Pd oscilla tra i suoi due presunti partner e la marcia ancora una volta solitaria.
Un magma appena scandito e scalfito dai primi giochi strategici in vista delle nomination per gennaio.

Sparito dai radar Gasbarra, stanno risalendo le quotazioni di Leodori e D’Amato. Ecco perché (i loro nomi sono il frutto degli accordi di schieramento): Boccia lavora con Bonelli e Fratoianni (Pd+Verdi+Si) per Leodori (fortemente sostenuto dal segretario regionale Astorre). Se invece i dem si accordano con Iv-Azione, il nome dal cilindro è D’Amato. E i grillini? No-comment. Situazione troppo tesa. E preoccupa i più lo spettro di un possibile ritorno in auge della Raggi.

Ultima grana-Pd, il possibile ritorno in scena dei trombati eccellenti del 25 settembre. Stiamo parlando della Prestipino, non rieletta, autrice di una dura polemica con i vertiti del partito sulla poca rappresentanza femminile; e della Cirinnà, bandiera delle unioni civili e del laicismo.

E Zingaretti? Deve dimettersi, ma per farlo può aspettare la verifica della incompatibilità facendo guadagnare tempo al partito. Che sta preparando la sua fase costituente lettiana. Una fase che si annuncia al vetriolo. Basterà limitarsi all’ennesimo mutamento del nome o cambio di sigla e segretario per risorgere?

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