Camera, Fontana presidente: nel centrodestra torna il sereno?

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La notte ha portato consiglio: Lorenzo Fontana, fedelissimo di Salvini, è stato eletto presidente della Camera con i voti di tutto il centrodestra, compresi quindi quelli di Forza Italia. L’esponente leghista ha ottenuto 222 voti.  

Nella coalizione che ha vinto le elezioni è tornato il sereno? Lo sapremo nei prossimi giorni, anche se la tensione è notevolmente diminuita. Al neopresidente mancano però 8 voti, tenuto conto degli assenti giustificati. Dove sono andati a finire? Alcuni potrebbero essere andati a Matteo Richetti, candidato di bandiera di Azione/Iv, che ha ottenuto tre voti in più. Ma è presto per stabilirlo con certezza.

Il miglioramento del clima nel centrodestra era percepibile già dalla prima mattinata, quando Antonio Tajani ha fatto sapere che i deputati di Forza Italia avrebbero votato per il candidato leghista. L’esito favorevole a Fontana è probabilmente il frutto del possibile  sopravvento, all’interno degli azzurri, delle “colombe”sui “falchi”, ai quali ultimi era attribuita l’intenzione di spingere Silvio Berlusconi ad andare separatamente, quando sarà il momento, alle consultazioni del Quirinale.

Lo stesso Cavaliere, fin dalla serata di ieri, era parso più conciliante, anche se ha pronunciato parole di apertura a denti stretti:   «Votiamo per non sprecare altro tempo, ma da noi devono passare. Giorgia Meloni non può mica pensare di andare avanti con i voti dell’opposizione». Il leader di Forza Italia e la premier in pectore avranno quindi ancora molto da discutere. Ma all’avvio delle consultazioni da parte del presidente Sergio Mattarella mancano almeno 5-6 giorni. E c’è  tempo per trattare.

Certo è che in questi giorni si sono scontrate due mentalità opposte. C’è, da un lato, l’approccio della Meloni, la quale non vuole che la formazione del governo risenta delle tensioni interne dei partiti. E c’è, dall’altro, quello di Berlusconi, che si dimostra ancora legato alla vecchia mentalità della lottizzazione degli incarichi e del potere di interdizione. Una sintesi andrà trovata, anche se tutte le ricostruzioni giornalistiche tendono a dipingere una Giorgia determinata ad andare fino in fondo per imporre le sue ragioni, ragioni che riguardano non tanto la fetta di potere spettante al suo partito quanto piuttosto il più alto profilo possibile per il suo costituendo governo.  E ciò rappresenta indubbiamente una interessante innovazione nella prassi politica italiana.

Va da sé che lo scontro interno di questi giorni è destinato a lasciare il segno nel  centrodestra e potrebbe riverberarsi sulla vita del governo che sta per nascere. Ma Berlusconi sembra consapevole che non gli conviene tirare troppo la corda, anche perché i fatti di questi giorni hanno rinsaldato il legame tra FdI e la Lega, uscita peraltro benissimo dalle trattative per l’assegnazione dei ministeri.

La Meloni, per quello che finora ha dimostrato, non sembra del resto disposta ad accettare ricatti o diktat nella guida dell’esecutivo. Forse i prossimi anni segneranno la fine dell’italica tendenza al compromesso a ogni costo, quel manovrar durando ben sintetizzato dalla famosa battuta andreottiana «meglio tirare a campare che tirare le cuoia».

L’anziano leader di Forza Italia dovrà piuttosto pensare ad arginare le spinte centrifughe nel suo partito. Secondo alcune interpretazioni, i voti venuti in soccorso della maggioranza in Senato avrebbero avuto lo scopo di accentuare le divisioni presenti tra gli azzurri, visti come l’anello debole del centrodestra. Per evitare passaggi in altre formazioni, a partire naturalmente da FdI, Berlusconi dovrà anche risolvere le tensioni interne provocate dalla crescita di potere di Licia Ronzulli.

Con l’elezione di Fontana alla presidenza della Camera, la polemica politica torna alla sua dialettica naturale: quella tra maggioranza e opposizione. Cattolico fervente nonché sostenitore della famiglia naturale, il neopresidente sembra destinato a diventare il bersaglio polemico dei settori più oltranzisti e laicisti della sinistra. Basterà dire che, all’inizio della seduta della Camera, è stato esposto in aula (e subito rimosso) uno striscione contro il nuovo “inquilino” di Montecitorio, accusato di essere «omofobo» e «putiniano». Diciamo che Fontana è, in senso conservatore, una figura perfettamente speculare a quella a suo tempo rappresentata, sul lato opposto, dalla “papessa” laicista, progressista e femminista Laura Boldrini. È probabile che, fin dalle prossime settimane, assisteremo a scontri al calor bianco. Il mondo Lgbt è pronto a entrare sul sentiero di guerra.

Il neopresidente ha fatto un discorso come deve farlo la terza carica dello Stato: molto istituzione e senza offrire spunti polemici a nessuno. Si è richiamato a Papa Francesco. Ma ha citato anche San Tommaso d’Aquino. Ha parlato di orgoglio italiano da recuperare e ha esaltato le differenze presenti nel nostro popolo: «La ricchezza dell’Italia risiede nelle sue diversità». L’opposizione non ha applaudito. E non è certo una dimostrazione di bon ton istituzionale.

 

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