Altro che Orban, tranne il PD tutti sovranisti

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La progressista (e icona del PD) Sanna Marin che alza in Finlandia un muro anti immigrati, il cancelliere socialdemocratico Scholz che investe 200 miliardi in aiuti contro il caro energia per i concittadini tedeschi sapendo che metterà in difficoltà i partner europei, Macron che nega il passaggio attraverso la Francia di un gasdotto vitale per la Spagna, e ovviamente gli olandesi che combattono l’accordo sul price cap perché gli aumenti del costo del gas si traducono in ampi guadagni per la Borsa di Amsterdam. Diciamocelo, l’Europa ormai è la terra del sovranismo. A cantare le sorti magnifiche e progressive dell’Unione è rimasta solo la sinistra italiana, che soffre di un incredibile complesso d’inferiorità nei confronti dei partner europei, dimostrata in questi anni accettando qualunque decisione che danneggiava il nostro Paese nel nome di una solidarietà comunitaria nella quale credono solo loro.

Insomma, proprio adesso che la guerra, la pandemia e l’inflazione incontrollata richiederebbero soluzioni condivise siamo alla vittoria definitiva dell’ognun per sé che ha fatto le fortune di Orban, abilissimo a rifiutare qualunque obbligo imposto da Bruxelles mentre si faceva finanziare per decine di miliardi l’anno. Una buona notizia per l’Italia, soprattutto adesso che abbiamo al governo dei politici che il sovranismo l’hanno utilizzato persino per ribattezzare il ministero dell’Agricoltura?

Ovviamente no, e il motivo è presto detto: il sovranismo è un lusso per paesi con i conti a posto, che godono della fiducia dei mercati. Va bene per la Germania, che ha da oltre un decennio un surplus commerciale enorme con il resto del mondo e riesce a vendere titoli con tassi d’interesse negativi (in pratica gli investitori pagano Berlino per prestarle soldi); va bene per l’Ungheria che ha un debito pubblico che è appena al 66% del Pil (non parliamo della Polonia, che fa registrare un misero 46%). Va bene pure per la Francia, che pur spendendo da anni molto più di quanto produce tiene tranquilli i mercati grazie alle centrali nucleari che la rendono quasi del tutto autosufficiente dal punto di vista energetico.

L’Italia si poteva parzialmente permettere un po’ di sovranismo finché ha avuto un leader rispettato e ascoltato (anche se non amato) in tutte le cancellerie del vecchio continente, ovvero quel Mario Draghi che è stato – con grande scorso sia della sinistra che della destra – un vero leader, in grado di fare gli interessi del suo Paese spacciandoli per comune interesse europeo. Ma siccome la neopremier Giorgia Meloni questa cosa l’ha capita, ha subito modificato il suo sovranismo diciamo così “tradizionale”, un po’ folkloristico e caciarone, in un sovranismo draghiano. Da qui l’immediata intesa con Macron, che ha bisogno dell’Italia in funzione antitedesca, e la diplomazia con la quale ha risposto ai formali auguri di buon lavoro ricevuti dai suoi omologhi europei.

Giorgia sa che il sovranismo che funziona passa per Bruxelles. L’Italia deve battere i pugni in Europa, non a Roma. Ben altro approccio rispetto a quello di Salvini, che da ministro del governo gialloverde sbraitava quotidianamente contro i partner che non condividevano la gestione dei migranti, ma ai Consigli europei dei ministri dell’Interno non andava (i più perfidi dicono perché non sapeva l’inglese), e gli altri prendevano decisioni alle nostre spalle. Insomma, come scrive il nostro direttore quello della Meloni è un governo sovranista draghiano, pragmatico ma non arrendevole. La destra sta cambiando; forse è il caso che pure la sinistra italiana prenda nota.

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