Pd, chi accelera e frena il congresso

martedì, 8 Novembre 2022
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Lo stato di malessere in cui versa il Partito Democratico è ben fotografato dall’ex sottosegretario Alessia Morani, che in un post ha scritto: “Ogni giorno sono sempre più sbalordita dalla distanza dalla realtà delle dichiarazioni di chi guida il mio partito. Oggi ho letto l’appello di Letta su la Repubblica che, nella sua idea, dovrebbe dare inizio al congresso del Pd, al cui confronto, passatemi la battuta, il congresso del partito comunista cinese pare avere un regolamento smart”. In più la Morani accusa Letta di puntare troppo l’obiettivo sull’opposizione al governo, senza invece preoccuparsi minimamente di restituire al Pd la sua vocazione maggioritaria per tornare in sintonia con l’elettorato.

Il segretario Letta si trova stretto fra due fuochi: da una parte ci sono circa 150 amministratori che riuniti a Bologna hanno sottoscritto un documento in cui chiedono di velocizzare la fase congressuale, dall’altra la sinistra dem capitanata da Andrea Orlando che invece invita a non bruciare le tappe e a mantenere la data di marzo.

L’appello degli amministratori è uno schiaffo in piena regola al segretario: “Sabato ci siamo ritrovati a Bologna – scrivono – in oltre 150 fra amministratori e iscritti, per fare proposte. Abbiamo iniziato qui, ma stiamo ricevendo adesioni da tutta Italia, perché siamo in tanti a pensarla così. Perché la nostra generazione è costretta a scegliere fra carriera e famiglia, e quando investe nella carriera, quasi sempre ha stipendi, o contratti, che non permettono di acquistare una casa. Perché abbiamo cominciato a parlare di ambiente troppo tardi, e mentre eravamo al Governo non ce ne siamo occupati abbastanza. Perché abbiamo lottato sui diritti, sì, ma facendo proposte coraggiose solo quando sapevamo che non saremmo riusciti a trasformarle in realtà. Perché siamo apparsi, per troppo tempo, concentrati solo sul mantenimento del potere. Abbiamo dimenticato cosa significa dare speranza quando, in politica, è importantissimo farlo. Perché ci perdiamo in discussioni infinite di sociologia politica, mentre i nostri concittadini ci chiedono risposte concrete sul caro bollette, sui costi della benzina, sulla sicurezza, sugli stipendi imbarazzanti rapportati al costo crescente della vita” E poi ancora: “Sì, abbiamo fretta. Perché il mondo va di corsa. Perché fra 6 anni raggiungeremo il punto di non ritorno climatico e noi passeremo metà di un anno, i primi mesi del Governo Meloni, a discutere di noi stessi mentre il mondo va letteralmente a rotoli. È più del 10% di una batteria che si sta velocemente scaricando e che rischiamo di non poter ricaricare più. Se ci sarà, come sembra, un’accelerazione, questa dovrà essere sostanziale. Non saranno, infatti, due o tre settimane in meno a cambiare le cose. Se vogliamo anticipare i tempi facciamolo seriamente”.

A spingere per un’accelerazione c’è soprattutto il governatore dell’Emilia Stefano Bonaccini che sembra sempre più sul punto di candidarsi alla segreteria: “Non so cosa abbiano deciso in segreteria – ha detto ieri – ma credo che si possa accelerare, se viene condivisa l’analisi che non siamo in tempi ordinari: ciò che sta accadendo segnala la necessità di dotarsi di un nuovo gruppo dirigente un po’ prima di quanto si era immaginato. Tutte le persone che incontro mi guardano stupiti quando commentano i tempi che ci siamo dati”.

Ieri sera, il presidente della Regione era in Salaborsa per presentare la nuova edizione del libro di memorie di Massimo D’Alema, ‘A Mosca l’ultima volta. In viaggio con Enrico Berlinguer’ (Solferino edizioni). Accanto a lui anche D’Alema stesso e Pierferdinando Casini. Una sorta di benedizione dell’aspirante segretario da parte dell’ex leader Pds ed ex premier? Può darsi, di certo D’Alema ha indicato chiaramente la rotta, ovvero l’obbligo di riaprire il dialogo con il Movimento 5Stelle “se non vogliamo che gli operai continuino a votare a destra” ha detto.

Intanto mentre i dem litigano sulle date e c’è chi è pronto da sinistra a sbarrare la strada a Bonaccini ritenendolo troppo moderato e sensibile alle sirene renziane, il Pd sembra non cavare un ragno dal buco neanche per ciò che riguarda le prossime regionali. In Lombardia sembra sia arrivata una netta chiusura all’ipotesi di sostenere Letizia Moratti che sarà appoggiata dal Terzo Polo. Certo, un fronte unico delle opposizioni intorno all’ex sindaco berlusconiano permetterebbe di sconfiggere il centrodestra, ma la Moratti appena una settimana fa era ancora la vice del governatore Fontana e in più è stata in predicato di occupare un posto da ministro nel governo Meloni. Poi ha deciso di rompere con il centrodestra (forse proprio perché non ha ottenuto né la candidatura alla Regione al posto di Fontana, né la poltrona da ministro) e di correre con un proprio movimento, ma è ovvio che per il Pd sostenerla sarebbe politicamente imbarazzante.

Il problema però è che Carlo Cottarelli, indicato nei giorni scorsi come papabile, non sarebbe affatto intenzionato a scendere in pista sfidando sia Fontana che la stessa Moratti e per giunta con un centrosinistra azzoppato, privo cioè della gamba del Terzo Polo. E così c’è chi al Nazareno ritiene che sarebbe necessario rompere gli indugi e appoggiare la Moratti per vincere, e chi invece sostiene la necessità di presentarsi con un candidato e un programma alternativo perché sostenere l’ex vice di Fontana significherebbe perdere credibilità; e questa linea sembrerebbe per ora aver prevalso. Nelle ultime ore, per provare ad uscire dal guado, qualcuno ha proposto le primarie aprendo anche alla partecipazione della Moratti, ma la diretta interessata si è chiamata fuori decisa a correre alla presidenza, non senza aver però tentato un approccio con il Pd lanciando un appello ai moderati, riformisti e progressisti a fare fronte comune.

Ancora più complicata la situazione nel Lazio. Qui il Pd si trova alle prese con la candidatura dell’assessore alla Salute Alessio D’Amato sponsorizzato da Carlo Calenda, ma l’ala zingarettiana che vuole l’accordo con i 5Stelle, non intende farsi indicare il candidato dal leader di Azione. Il governatore Zingaretti, che dovrebbe dimettersi entro questa settimana, ha bocciato il suo assessore provocando la dura reazione fra gli altri del sindaco di Fiumicino, e storico dirigente della sinistra nel Lazio, Esterino Montino. “Sono allibito – scrive – dal fatto che Zingaretti non tenga conto che D’Amato non è un nome inventato da Calenda, ma in campo da luglio scorso e sostenuto da una parte autorevole di militanti e dirigenti del Pd romano, laziale e nazionale. I sondaggi – aggiunge il primo cittadino di Fiumicino – ci confermano che D’Amato è il candidato più forte del centrosinistra e può fare la differenza in una fase senz’altro ancora più difficile del 2018 che ci ha visti vincere alla Regione grazie alla divisione del centrodestra”.

Tuttavia il fatto che D’Amato si sia candidato e abbia ottenuto l’appoggio del Terzo Polo ha irritato i dem che stanno lavorando all’alleanza con i 5Stelle; in primo luogo Zingaretti, poi Francesco Boccia e soprattutto Goffredo Bettini che ha il filo diretto con Giuseppe Conte e sta lavorando sull’ipotesi Andrea Riccardi al momento però ancora remota. I quali negli ultimi giorni sono arrivati anche a proporre a Conte di indicare il nome di un civico su cui poter convergere, provocando le ire di Calenda e accelerando la candidatura centrista di D’Amato. Un caos dunque molto difficile da gestire, che richiederebbe effettivamente da parte del Pd una leadership forte che Letta, dopo la rovinosa sconfitta del 25 settembre, non è certamente in grado di assicurare.

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