Congresso e regionali, Pd in alto mare. Letta punta su un’uscita rapida

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Congresso del Partito Democratico, continua il braccio di ferro fra chi vuole accelerare i tempi e chi invece frena. L’iter congressuale, secondo i tempi stabiliti nell’ultima direzione, dovrebbe concludersi con le primarie a metà febbraio quindi con un mese d’anticipo rispetto alla data di marzo che era stata stabilita prima del disastro elettorale del 25 settembre.

Ma c’è chi ritiene che febbraio sia comunque un tempo troppo lungo e spinge per accelerare ancora di più, per chiudere tutto entro gennaio. In campo ci sono soprattutto le donne che hanno presentato una petizione supportata da oltre 600 firme. Alle firme delle iniziali promotrici, Moretti, Morani, Fedeli, Di Salvo, Gualmini, Bruno Bossio, Prestipino, Rotta, si sono aggiunte Cantone, Puppato, Puglisi, Pini e altre ancora.

Anche il segretario Enrico Letta sembra intenzionato ad anticipare il prima possibile l’elezione del suo successore, forse resosi conto di non riuscire più oggettivamente a governare un partito sempre più allo sbando: come del resto dimostra anche la confusione che sta regnando intorno alla scelta dei candidati alle prossime regionali. 

Nel Lazio il Pd sembra non avere altra scelta che convergere sull’assessore alla sanità Alessio D’Amato dopo che sembrano ormai sfumate definitivamente le possibilità d’intesa con il Movimento 5Stelle. Ma D’Amato non piace a tutti, soprattutto perché è sponsorizzato da Carlo Calenda e c’è chi ancora vorrebbe fare le primarie per mettere in pista un altro nome, il vicepresidente Daniele Leodori per esempio, che con le dimissioni di Zingaretti svolgerà le funzioni di presidente fino al voto. Inoltre c’è chi ancora non si dà per vinto e sta cercando di convincere Conte a ritornare sui propri passi, come sta facendo ad esempio lo stesso Zingaretti, convinto che senza l’intesa con i pentastellati la Regione sia persa a tavolino. C’è lo scoglio del termovalorizzatore di Roma a complicare le cose, ma c’è chi in casa dem è ancora convinto che un compromesso in extremis sia possibile.

Peggio ancora in Lombardia, dove il Pd è stato messo all’angolo dalla decisione del Terzo Polo di sostenere Letizia Moratti. I dem si sono incartati, perché sostenere l’ex sindaco di Milano potrebbe portare il centrosinistra a vincere; ma come giustificare il sostegno ad un candidato che due settimane fa era in pianta stabile nella giunta di centrodestra a fare il vice del governatore Fontana? Insomma un gran caos, e Letta non ne vuole sapere di ritrovarsi al Nazareno ad assumersi anche la responsabilità della sconfitta nel Lazio dove si voterà con ogni probabilità la prima domenica di febbraio. Per questo nelle ultime ore avrebbe manifestato l’intenzione di velocizzare il percorso congressuale e non essere più logorato dalle guerre interne, oltre che dalle critiche di chi lo accusa di non saper gestire né il partito, né tantomeno l’opposizione al governo.

Ma se c’è chi accelera c’è anche chi frena, come ad esempio Andrea Orlando che ritiene necessaria una discussione accurata e profonda sia sull’identità del partito che sulle alleanze e non vede affatto positivamente una riduzione dei tempi congressuali. L’ex ministro ha più volte parlato della necessità di “rifondare” il Pd e considera quindi controproducente abbreviare il percorso per avere un segretario a tutti i costi, senza aver prima definito cosa si vuole essere e dove si vuole andare.

In più negli ultimi giorni a rendere ancora più incandescente il clima in casa Pd la discesa in campo, non ancora ufficiale ma comunque annunciata, di Elly Schlein con la presentazione di una proposta programmatica incentrata su giovani, lavoro, diritti e ambiente. Molti l’hanno letta come un anticipo di mozione congressuale e soprattutto nel fronte moderato si sono moltiplicati gli appelli al governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini a rompere gli indugi ed ufficializzare definitivamente la sua discesa in campo, con un programma alternativo a quello di colei che fino a poche settimane fa era il suo vice in Regione, e che sarà forse il suo principale avversario. Bonaccini fino ad oggi non ha mai confermato la sua candidatura alla segreteria, sostenuta da un vasto fronte di amministratori del territorio, ma soprattutto dai centristi di Base Riformista, ma ha sempre chiesto tempi rapidi per chiudere il congresso.

Ma non c’è stata soltanto Elly Schlein ad aver rotto gli indugi. Anche il sindaco di Firenze Dario Nardella è ormai sul trampolino di lancio con la benedizione di Dario Franceschini. E’ proprio Nardella ad annunciare per sabato 26 novembre un’assemblea nazionale “con tutte le forze culturali sociali e politiche che credono in un nuovo progetto per il centrosinistra italiano”. Sarà probabilmente in quella sede che l’ex braccio destro di Renzi ufficializzerà la sua partecipazione alle primarie.

Appare evidente come i big del partito, da Letta a Franceschini passando per la sinistra di Orlando, abbiano la ferma intenzione di stoppare l’interventismo di Bonaccini, la cui candidatura è nata sui territori ed è stata subito rappresentata come alternativa alla nomenclatura dem. L’idea sembrerebbe quella di favorire un ticket Nardella- Schlein proprio contro il governatore dell’Emilia, operazione però che non sembrerebbe di facile realizzazione visti i diversi elettorati di riferimento dei due candidati. E la Schlein è considerata troppo schierata sui diritti civili e poco su quelli sociali, quindi poco idonea a riconquistare il consenso di quella “classe operaraia” che in attesa di andare in paradiso, ha voltato le spalle al Pd rivolgendosi alla destra per veder tutelati i propri diritti.

 

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