Pd: le parole chiave di Bonaccini, un film già visto

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Il Pd alla fine ha deciso di anticipare il congresso: le primarie, che in un primo momento la direzione dem aveva fissato al 12 marzo, si svolgeranno il 19 febbraio se non ci saranno lo stesso giorno anche le elezioni regionali nel Lazio e in Lombardia.

E’ stata quindi approvata la modifica statutaria proposta dal segretario traghettatore Enrico Letta, che consente di velocizzare i tempi e di far partecipare alla prima fase costituente anche chi non è iscritto al Pd. Proposta approvata dall’assemblea dem con 553 voti favorevoli, 21 contrari e 36 astenuti, ottenendo la maggioranza assoluta dei 610 delegati presenti.

E non è questa la sola novità di queste ultime ore. Ieri, incassata l’anticipazione del congresso, ha ufficializzato la sua discesa in campo il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini: “Ho deciso di candidarmi alla segreteria del Partito democratico. È il momento di esserci, di impegnarsi, di partecipare. E di farlo insieme. Per il PD. Per il Paese” ha detto il neo candidato (neo si fa per dire visto che la sua candidatura è in piedi da almeno un mese e mezzo).

Già all’indomani della sconfitta alle ultime elezioni politiche, il nome del Presidente dell’Emilia-Romagna era stato indicato come il più autorevole, visto che la sua Regione era stata quella che aveva retto alla grande l’urto dell’avanzata della destra, riconfermando il primato del Pd.

Tuttavia la candidatura di Bonaccini ha già più di qualche ostacolo sul suo cammino: innanzitutto va chiarito il perimetro entro cui intende muoversi. La novità sta senz’altro nel fatto che la scelta nasce dalla base, ossia dal movimentismo dei territori e non nel segreto delle stanze romane o all’interno delle correnti. Anzi, Bonaccini è stato descritto in queste settimane come il candidato degli scontenti, degli autoconvocati, dei rivoltosi, di tutti quelli che vorrebbero mandare a casa l’attuale classe dirigente al gran completo. Una candidatura costruita su assemblee territoriali, autoconvocazioni di iscritti e amministratori arrabbiati, lettere di fuoco inviate agli organi nazionali, insomma una vera e propria candidatura di rottura. Che non a caso è stata subito accolta con entusiasmo dalla corrente Base Riformista, quella che raduna gli ex renziani rimasti nel Pd e che è la più agguerrita contro la segreteria nazionale, a causa delle penalizzazioni subite alle elezioni.

Proprio per questo Bonaccini ha trovato freddi i dirigenti dem, leggasi nomenclatura, che non a caso si è coalizzata contro di lui, andandogli a rompere le uova in casa e tirando fuori dal cilindro il nome di Elly Schlein; la stessa che fino all’elezione in Parlamento due mesi fa, era la sua vice in Regione.

E la scelta della Schlein, benedetta da Letta, Orlando, Franceschini, Zingaretti, sembra proprio ritagliata su misura per smontare la propaganda del governatore. Se Bonaccini insiste nel dire che serve rinnovamento, ecco la giovane età della Schlein e il suo essere donna, proprio nel momento in cui a capo del governo di destra c’è Giorgia Meloni: se il presidente dell’Emilia Romagna dice che bisogna uscire dalle logiche correntizie e aprirsi all’esterno favorendo la più ampia partecipazione, ecco che la sua ex vice non è neanche iscritta al Pd, quindi totalmente estranea alla classe dirigente; se ancora Bonaccini ripete che serve ampliare la base del consenso, ecco la Schlein che mette in campo lavoro, diritti, ambiente, trovando subito il sostegno pieno delle forze a sinistra del Pd, pronte ad entrare in un progetto comune se sarà lei a guidare il Nazareno.

Certo, la candidatura della giovane leader degli studenti universitari, esperta in occupazioni e proteste di piazza, molto stimata da Romano Prodi e con importanti agganci anche in America presso il club Obama, è ancora tutta da costruire e i tempi congressuali sembrerebbero favorire la corsa di Bonaccini; che però come detto paga anche l’appoggio di Base Riformista, la corrente più critica verso l’intesa fra il Pd e il Movimento 5Stelle.

Altro campo minato per Bonaccini è quello delle alleanze. A giudicare dalle prime dichiarazioni non avrebbe alcuna intenzione di chiudere le porte al dialogo con Conte, ma nemmeno a quello con con Renzi e con Calenda. Il suo orizzonte futuro è la creazione di un nuovo centrosinistra che comprenda tanto il Terzo Polo che i 5Stelle, ovvero la stessa idea del campo largo portata avanti con grande insuccesso da Enrico Letta.

Nulla di nuovo sotto il sole dunque? Cosa potrà fare in più di Letta per convincere Calenda e Conte a sedersi allo stesso tavolo e siglare un’alleanza? Diverso il programma della sua avversaria che sembra invece molto più chiaro e realistico: si ai 5Stelle, no al Terzo Polo.

Ma Bonaccini non può buttare a mare i renziani che lo hanno sostenuto sin dall’inizio e non può neanche dire di preferire i centristi a Conte e company, visto che il centrosinistra per vincere ed essere competitivo, piaccia o no, ha bisogno dei 5S. Ma l’idea del campo largo resta un’utopia.

Secondo un sondaggio di Demos Bonaccini piacerebbe ad un elettore su tre del Pd, e questo è senza dubbio un buon punto di partenza.

Per il resto le prime parole chiave non sembrano delineare quella grande rivoluzioone che tutti si aspetterebbero: “Noi non dobbiamo copiare la destra – ha detto – ma intanto dobbiamo fare una cosa che loro hanno fatto con grande umiltà: stare tra le persone, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, di studio, anche quando magari ad ascoltarli c’erano più Forze dell’Ordine che li difendevano dai contestatori rispetto a quelli che li applaudivano. Il Pd negli ultimi anni è scomparso dai luoghi dove la gente studia, lavora, dai mercati, dai bar, dalle periferie. Noi dobbiamo ripartire dal voler essere un partito più popolare, certamente mai populista”.

Frasi datate, ascoltate a più riprese, in diversi modi e da leader diversi. Le diceva Renzi, le ripeteva Zingaretti, le ha dette anche Letta in campagna elettorale, con il risultato che il Pd ha continuato a stare lontano da quei luoghi. Il problema è che di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno e al momento non si capisce proprio come Bonaccini intenda tornare in sintonia con quel mondo che ha voltato ormai da tempo le spalle al Pd.

Forse se ne saprà di più nelle prossime settimane, ma la sensazione è quella di rivivere un copione già visto: un partito allo sbando, devastato da una pesante sconfitta elettorale, che sembra deciso ad affidarsi all’ennesimo “uomo della Provvidenza”, ovvero quello che meglio di altri sembra incarnare la novità, un cambio di passo. Più forma che sostanza quindi, più apparenza che concretezza.

Ora non resta che attendere le mosse di Elly Schlein e di Dario Nardella entrambi in pole come sfidanti del governatore; la prima lanciatissima, il secondo dirà cosa intende fare sabato prossimo nell’ambito di una nuova assemblea di autoconvocati. E proprio Nardella potrebbe diventare la variabile impazzita. Franceschini starebbe lavorando ad un ticket fra il sindaco di Firenze e la Schlein per fermare Bonaccini; ma se a fare il ticket fosse il governatore tirando dalla sua il successore di Renzi a Palazzo Vecchio?

 

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