Dall’assalto ai palazzi del potere di Brasilia ai blocchi stradali. Secondo la Polizia stradale federale le manifestazioni ieri si sono spostate anche in altre regioni del Brasile, in particolare nello Stato meridionale di Santa Catarina e davanti ad alcune raffinerie di Petrobras.
Quindi, la protesta violenta dei sostenitori di Bolsonaro, convinti che le elezioni che hanno decretato la vittoria di Lula, siano state drogate, manipolate, alterate, non si è fermata subito, ma ha continuato, così come non si è fermata la risposta dura del governo centrale.
Al momento si registrano oltre 1.200 persone arrestate e almeno 46 persone ferite, di cui sei gravi.
Un attacco che ha ricordato nella forma e nella sostanza l’irruzione di due anni fa al Capitol Hill di Washington, da parte dei fan di Donald Trump. Anche se lo stesso Bolsonaro ha preso le distanze dai suoi militanti: “Le manifestazioni pacifiche secondo la legge – ha dichiarato – fanno parte della democrazia, mentre i saccheggi e le invasioni di edifici pubblici come quelli di oggi (domenica, ndr), così come quelli praticati dalla sinistra nel 2013 e nel 2017, sono illegali. Durante tutto il mio mandato – ha sottolineato – sono sempre stato nel perimetro della Costituzione, rispettando e difendendo le leggi, la democrazia, la trasparenza e la nostra sacra libertà”.
Il presidente in carica Lula, invece, si è scagliato immediatamente contro l’avversario, ribadendo un concetto già espresso molte volte: “Bolsonaro, il mio predecessore di estrema destra, ha sempre incoraggiato i vandali fascisti a invadere i luoghi del potere nella capitale”.
Gli effetti degli scontri non sono stati solo politici. Le autorità brasiliane hanno iniziato a valutare i danni ingenti al Palazzo presidenziale, al Congresso e alla Corte Suprema di Brasilia. Secondo l’Agenzia Reuters i manifestanti che si sono introdotti negli edifici delle istituzioni, oltre ad aver rotto finestre, ribaltato mobili, distrutto opere d’arte, hanno rubato la Costituzione originale del 1988. Armi, infine, sono state prelevate da un ufficio di sicurezza del presidente.
E ancora: il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes ha ordinato alle piattaforme di social media Facebook, Twitter e TikTok di bloccare la propaganda golpista. Inoltre, su richiesta dell’Avvocatura Generale dell’Unione, ha ordinato alle società di telecomunicazione di tenere registri di connessione e geolocalizzazione degli utenti presenti in Praça dos Três Poderes.
E da come sembra, i rivoltosi hanno goduto pure di qualche complicità (non dimentichiamo che alcuni presidenti degli Stati federati della Repubblica brasiliana, sono amici di Bolsonaro o colleghi di partito). Infatti, il giudice della Corte Suprema Federale Alexandre de Moraes ha ordinato la rimozione del governatore del Distretto federale di Brasilia, Ibaneis Rocha per un periodo di 90 giorni. La decisione è arrivata dopo l’invasione degli edifici del Congresso, del Tribunale federale e del Palácio do Planalto, sede della Presidenza della Repubblica del Brasile. Lo riportano i media brasiliani. “La violenta escalation di atti criminali è circostanza che può verificarsi solo con il consenso, e anche l’effettiva partecipazione, dalle autorità competenti per la sicurezza pubblica e l’intelligence”, ha affermato Moraes.
Ma uscendo dalla cronaca, cosa unisce i due assalti al Palazzo? Quello americano e quello brasiliano?
L’illegalità, la vocazione golpista, l’antidemocrazia, secondo le sinistre e non solo, il rispetto della legalità e della vera democrazia, che se non supportata da una giustizia vera, giustifica manifestazioni eclatanti, secondo i diretti interessati.
Oggetto del contendere, per gli insorti Usa e carioca, l’accusa di brogli, e la non accettazione del responso elettorale. Un vulnus ricorrente nella rappresentanza politica recente, specialmente quando un movimento anti-sistema, populista o sovranista, letto come eversivo, pericoloso per i poteri forti, le caste storiche, economiche, finanziarie, mediatiche (caste radical, liberal, globaliste), conquista il governo, e poi, dopo il primo giro di boa, perde in modo non trasparente e molto opaco alle urne.
Ma quello che più sorprende, senza naturalmente giustificare la violenza, è la postura stucchevolmente e religiosamente legalitaria della sinistra, che pur avendo nel suo Dna la legittimazione ideologica delle rivoluzioni (la lotta di classe), ossia, la rivoluzione francese, russa, cinese, cubana etc, quando è la destra a insorgere, o a fare le barricate, usa una comunicazione censoria da Ancien Regime. Parla esattamente come Nicola II contro Lenin, come i Borbone contro Garibaldi e come Luigi XVI contro i giacobini: terroristi e sovversivi i rivoltosi.
Domanda provocatoria: è ancora possibile in Occidente fare una rivoluzione? E visto che la sinistra difende il Palazzo, può farla la destra, o diventa automaticamente un golpe?
Scherzi a parte: o mores o tempora.



