Dante è di destra, di sinistra, di centro, è il padre dell’Italia molto prima del varo dello Stato unitario (nel 1861)?
Di destra, come ha detto il ministro Gennaro Sangiuliano, e spieghiamo perché. Innanzitutto distinguiamo tra uso politico della storia e “cancel cultur”, schemi che la sinistra intellettuale, universitaria, politica, mediatica, occhieggiando sistematicamente ad esempi esteri (moralisti anglosassoni puritani), ha sempre applicato alla memoria dei popoli.
Ci sono due modi, infatti, per cancellare un’identità. Manipolandola ideologicamente, separando a tavolino periodi religiosamente giusti e periodi da eliminare, bollati come irruzione dell’irrazionale (evitando importanti riflessioni e elaborazioni sul passato), oppure distruggendola sulla base di letture e mode attuali rapportate a secoli fa. Così si imbrattano, distruggono le statue, o si pensa di togliere la parola Mussolini dal Foro Italico etc. Così si disegna e insegna la “storia-spezzatino”: passando dal Risorgimento alla Resistenza, saltando i periodi intermedi (ad esempio, il periodo littorio).
La storia è complessa, è il frutto del legame stretto tra idee e interessi. Non c’è il bene contrapposto al male.
E non è un problema di egemonia gramsciana. Il ministro ha fatto bene a evidenziare questo aspetto: si cresce collettivamente solo quando si ha a disposizione una pluralità di interpretazioni.
In Italia per troppo tempo abbiamo assistito e assistiamo ancora ad un antifascismo senza fascismo e a un anticomunismo senza comunismo: posture da guerra civile e da guerra fredda che sono servite unicamente a incassare consensi elettorali, condannando i cittadini a restare infantili e irrisoluti circa la loro memoria. E il dibattito politico a restare mediocre e superficiale.
Un paese senza memoria, senza adeguata e corretta metabolizzazione del suo percorso non arriverà mai a una coscienza unitaria, a una pacificazione nazionale, a una memoria accettata e condivisa. E quindi, non ha futuro.
La destra politica lungamente è stata l’unica a difendere e affermare il Tricolore, il patriottismo, la nazione. Parole combattute aspramente nel nome dell’internazionalismo proletario, del cosmopolitismo liberale e da ultimo, nel nome del globalismo pacifista e umanitario (il cittadino del mondo). Parole reintrodotte opportunamente dal governo Meloni, che ovviamente hanno turbato il pensiero unico dominante che si riteneva e si ritiene vincente e definitivo. Un’inversione di tendenza che ha mandato in cortocircuito il mainstream. La destra oggi si definisce patriottica, ulteriore declinazione del sovranismo e del nazionalismo.
A dire il vero il presidente Ciampi col suo Giubileo della nazione, ha tentato di conciliare le nostre varie anime unitarie: quella repubblicana mazziniana, quella monarchica risorgimentale liberal-conservatrice, quella cattolica nazionale e quella resistenziale (il patto ciellenistico). Così come Renzi chiamò il suo ipotetico partito unico della sinistra-centro “Partito della nazione”, ma è stata un’esperienza virtuale più che reale.
Ancora adesso, il primato dell’identità italiana, degli interessi nazionali appartiene geneticamente alla destra culturale e politica. Un Dna alla base delle odierne ricette governative.
Dante nella sua visione politica e metapolitica sognava una patria italiana, descriveva nel “De Monarchia” il progetto appellandosi addirittura all’intervento di un imperatore straniero (Arrigo VII) che potesse svolgere tale azione aggregante e riunificatrice. Anzi, di più: nel suo libro aveva già risolto a modo suo il rapporto tra centralismo imperiale e autonomie territoriali; una sorta di anticipazione del rapporto tra presidenzialismo e federalismo, guarda caso oggetto delle riforme in cantiere (solo un capo sopra le parti, un capo supremo può federare le diversità).
Per non parlare della sua visione religiosa: oggi sarebbe accusato di essere un reazionario, un omofobo propugnatore dello Stato confessionale, modello Ancien Regime.
Diverte, infine il fatto che la sinistra accusi la destra di Medioevo. E quando la destra si richiama al Medioevo (a Dante) non va bene ugualmente.
Tradotto: lo scontro guelfi e ghibellini non finisce né finirà mai.



