Fdi. Meloni e Rampelli: i gabbiani con le ali spezzate? La storia

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Si scrive sostituzione del coordinatore Massimo Milani col nuovo astro nascente (in qualità di commissario) Giovanni Donzelli; si legge congelamento ulteriore di Fabio Rampelli, visto che Milani risponde alla sua area.

Anche se il vice presidente della Camera smorza i toni, dicendo “non ne so molto”, la bomba è comunque scoppiata: un autentico fulmine a ciel sereno targato Giorgia Meloni.
La ragione della scelta proprio alla vigilia del voto? “La necessità – si legge nel provvedimento di Fdi – di gestire con terzietà la corsa alle preferenze”.

Sul banco degli imputati Milani, reo di aver spacciato un evento di singoli candidati alle prossime regionali del Lazio, come evento di tutto il partito.
Tradotto, una guerra intestina che si è riproposta ora, ma scoppiata da tempo, forse proprio dalla nascita stessa del partito, ultima formazione di destra dopo una lunga serie di morti e rinascite: Msi-Dn, An, Pdl, e poi, non aderendo di nuovo alla recuperata Fi, come hanno fatto alcuni esponenti storici in primis, Maurizio Gasparri, il varo appunto, di Fdi.

Con questo avvicendamento si è consumata una diaspora a destra che appesantisce l’identità di un gruppo storico vincente come i Gabbiani (Colle Oppio). Da una parte, la componente molto forte e attiva territorialmente nel Lazio e non solo, che fa capo a Rampelli e che ha come interlocutori Marco Marsilio (governatore dell’Abruzzo), Federico Mollicone, Lavinia Mennuni, Marco Scurria, Andrea De Priamo.

Dall’altra, l’universo mondo, a partire dal cerchio magico della Meloni, i suoi più stretti famigliari (Francesco Lollobrigida), i fedelissimi (Chiara Colosimo), e in aggiunta, la “generazione-Atreju” (Giovanni Donzelli, Andrea Delmastro Delle Vedove etc), la famosa manifestazione annuale di Fdi, molto ricercata dalla politica che conta e dalla cultura.

Alla base della divisione, idee e strategie diverse: la premier ha come obiettivo da sempre, la rifondazione su basi nuove di An, un partito conservatore aperto alla società civile, ai cattolici, ai moderati, al mondo produttivo, liberale; Rampelli, risulta più identitario e più vicino alle radici della destra sociale.

Il rapporto tra i due, secondo i più informati, si era già incrinato a proposito dell’incoronazione di Francesco Rocca a candidato presidente del Lazio. Rampelli, uscito insoddisfatto dalle nomine di governo (aspirava a un incarico di ministro e invece, solo la carica di vice presidente della Camera), riteneva di essere il prescelto, al punto che in una dichiarazione si era detto “disponibile”. Ma la Meloni, nel quadro dell’allargamento verso il centro, fin da subito pensava a un esponente della società civile, che non fosse però incolore e perdente come Enrico Michetti.

Una decisione, quella di Rocca, che alla fine, ha convinto pure Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, inizialmente tiepidi sul nome, ma che di fronte alla possibilità di arrivare alla candidatura di Paolo Trancassini (il coordinatore regionale del Lazio), o dell’eurodeputato Nicola Procaccini, altre due bandiere del Fdi, si sono ricreduti.
Un braccio di ferro che, secondo i maligni, si sarebbe spostato sulle preferenze relative al prossimo voto regionale soprattutto laziale del 12-13 febbraio.

La goccia, infatti, che ha fatto traboccare il vaso è stata la manifestazione del Brancaccio a Roma di domenica scorsa. Si sarebbe trattato, così come giudicata, di una iniziativa unicamente di parte, volta a enfatizzare i candidati di area rampelliana, come Fabrizio Ghera (già depositario di un cospicuo numero di consensi sul territorio), e Marika Rotondi. Un “inganno comunicativo”, secondo l’interpretazione, per una mera conta vendicativa interna, anziché una campagna promozionale di tutto il partito.

Naturalmente nessuno giudica la scelta della Meloni, né le dinamiche di Fdi, né tantomeno il ruolo e lo spessore di Rampelli. Si può solo sottolineare l’opportunità di tale scelta a qualche giorno dal voto a forte rischio strumentalizzazione da parte della sinistra e dei media, che potrebbe compromettere quell’idea di unità e compattezza della destra di governo. Già alle prese con le continue fibrillazioni degli alleati.

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