Il Ppe è pronto a scaricare Silvio Berlusconi? Lo lascerebbe pensare il crudele tweet di Manfred Weber del 17 febbraio scorso. Sette parole per annullare la convention dei popolari europei a Napoli, sette parole che risuonano come una fucilata per il leader di FI: «Il supporto all’Ucraina non è facoltativo».
Il Cavaliere pensava di fare un dispetto a Giorgia Meloni con quella intemerata contro Volodymyr Zelensky a urne ancora aperte. E invece, il dispetto, Berlusconi l’ha fatto a se stesso e al suo partito. Vallo a spiegare agli esponenti del Ppe europeo, vallo a spiegare soprattutto a quelli dell’Europa dell’Est, vallo spiegare a chi vive nelle immediate retrovie della guerra in Ucraina, va loro a spiegare che Silvio non va sempre preso troppo sul serio, che ha voluto solo rubare la scena alla sua alleata-rivale, che non ce l’ha con gli ucraini, che la sua parabola politica è punteggiata di provocazioni, anche sanguinose. Come quando, nel 2003, davanti agli allibiti parlamentari europei, diede del «kapò» (gli aguzzini dei campi di stermino nazisti) al socialista tedesco Martin Schulz.
Nessuno, tra i popolari, s’è messo oggi a ridere. Una «maggioranza schiacciante» , fanno sapere dal Ppe, ha chiesto al capogruppo a Strasburgo un «segnale forte» contro il Cav. E Weber non se l’è fatto ripetere due volte. Tant’è che il suo messaggio ha avuto il chiaro sapore di una sconfessione personale di Berlusconi. L’esponente dei popolari ha ribadito perfidamente il «sostegno ad Antonio Tajani e a Forza Italia», nonché la «collaborazione con il governo italiano».
Insomma, il rappresentante italiano del Ppe è ora di fatto il ministro degli Esteri. E si tratta di un cuneo pericolosissimo tra lui e Berlusconi, un cuneo che Tajani s’è affrettato togliere di mezzo già nella conferenza sulla sicurezza a Monaco, nel corso della quale ha incontrato Weber per riaffermare che Forza Italia «non si dividerà» e che «Berlusconi è e resta il nostro leader».
Al ministro degli Esteri è spettato al dunque di fare da paciere, provando ad attenuare le tensioni tra il Ppe e il leader di FI. Non è, al momento, un compito facile. Bisogna far passare un po’ di tempo. Se ne potrà riparlare in un incontro chiarificatore tra lo stesso Weber e Berlusconi, se e quando si terrà.
Il problema va però al di là del caso personale di Silvio, dal momento che si intravede sullo sfondo una ben più complessa questione. E cioè i possibili mutamenti degli equilibri di potere a Strasburgo (e conseguentemente anche a Bruxelles) dopo le elezioni del 2024. La partita è grossa: si parla da tempo di una nuova maggioranza in seno al Parlamento europeo, con il Ppe che sarebbe disposto a scaricare i socialisti del Pse per abbracciare i conservatori dell’Ecr.
Ecco quindi che dietro l’”affaire” Berlusconi si staglia il profilo di Giorgia Meloni, che dell’Ecr è la leader e che potrebbe guidare i conservatori stessi all’incontro con i popolari, propiziando l’evoluzione del suo gruppo verso posizioni più “eurocompatibili” e, va da sé, “moderate”. Con la premier italiana, Weber sembra peraltro aver stabilito una sorta di feeling politico, avendola incontrata un paio di volte negli ultimi mesi, la seconda delle quali durante il viaggio a Roma per i funerali del Papa emerito Joseph Ratzinger. L’”incidente” Berlusconi sarebbe quindi niente più che un’occasione per preparare il terreno in vista di un mutamento di alleanze a livello europeo: gli interlocutori privilegiati del Ppe in Italia non sarebbero più Berlusconi e Forza Italia ma la Meloni e FdI.
Ovviamente si tratta solo di un’ipotesi. Tutto dipenderà da come effettivamente si disporranno le forze nel Parlamento di Strasburgo dopo il passaggio elettorale del prossimo anno. Ma è certo che lavori siano in corso. E questo per svariati motivi, a partire dall’indebolimento progressivo dei socialisti europei, soprattutto dopo l’ondata di discredito che li ha colpiti per effetto del Qatargate. Più in generale, c’è l’interesse del Ppe a trovare una sponda più solida in Europa. E questa sponda potrebbe essere appunto rappresentata dai conservatori, una forza guidata da una leader emergente come Giorgia Meloni, emergente non solo in Italia, ma, a quanto pare, anche nello scenario internazionale.
Non basta certo un tweet per liquidare Berlusconi. Ma non bastano più nemmeno le gags, le provocazioni o i conigli bianchi nel cilindro per affermare una leadership. Né in Italia. Né tantomeno in Europa.



