Pnrr, qual è la vera posta in gioco per l’Italia

lunedì, 3 Aprile 2023
2 minuti di lettura

Pnrr, le opposizioni (politiche e mediatiche) attaccano a testa bassa il governo per il ritardo nell’erogazione della terza tranche di fondi, operazione spostata di un mese perché Bruxelles vuole vederci chiaro su alcuni progetti, come ad esempio il rifacimento dello stadio Artemio Franchi di Firenze: alla Commissione Ue desta una legittima perplessità il fatto che un impianto sportivo, ancorché di notevole importanza, sia finanziato con i fondi pubblici europei, invece che con i capitali privati, come è giusto che sia.

Elly Schlein, Giuseppe Conte, “La Stampa”, il “partito” della “Repubblica”, i conduttori del talk show in onda su La7 sanno bene che non è colpa del governo se oggi escono fuori magagne, ma accusano egualmente l’esecutivo Meloni di incapacità e di lentezza, come pure di non saper guidare a dovere la macchina burocratica. In fondo però non fanno altro che il loro mestiere di oppositori.

Sbaglia invece tattica comunicativa  Giorgia Meloni quando risponde che non è stato l’attuale governo a preparare i progetti del Pnrr e che quindi l’esecutivo non può essere accusato di nulla. Sbaglia perché è un ripiegamento su una linea meramente difensiva, laddove, al contrario,  il governo dovrebbe ribadire che i fondi arriveranno  comunque e che sono già in lavorazione nuovi e più razionali progetti adatti al nostro  Paese.

Ma come stanno realmente le cose? Tanto per cominciare, la terza tranche dei finanziamenti non è a rischio. E lo ha detto a chiare lettere il commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni, quando, durante il forum di Cernobbio, ha affermato di non essere «preoccupato affatto». L’alto dignitario Ue ha però aggiunto che «man mano che il piano va avanti, la strada diventa più impegnativa». A cosa si riferisce Gentiloni? A quella che è la vera  posta in gioco del Pnrr. I punti cruciali sono due. Primo, mettere in efficienza meglio che si può la macchina amministrativa. Secondo, preparare in tempo utile i progetti alternativi.

Quanto al primo punto, nessuno si nasconde che si tratta dell’impresa più difficile. E, a non nasconderselo, è lo stesso ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. «La struttura burocratica della pubblica amministrazione -ha detto- probabilmente non era e non è all’altezza di sostenere questo tipo di choc di domanda». Il ministro allude ovviamente agli impegni connessi con il Pnrr. Basti solo questo dato: alla fine dello scorso anno, l’Italia era riuscita a impiegare solo il 34% dei fondi ordinari Ue stanziati per il 2014-2020. In queste condizioni, come faremo a spendere i maggiori fondi del Recovery entro il 2026?

Da Palazzo Chigi fanno filtrare la notizia che sarebbe pronta una task force di 70  funzionari esperti per centrare l’obiettivo  di  presentare entro giugno i progetti alternativi per le successive tranche del 2023. Incrociamo le dita. Va da sé però che il problema è più strategico e riguarda la necessità di arrivare alla tanto sospirata (e mai realizzata) riforma della Pubblica amministrazione, dopo le distorsioni causate dalla legge Bassanini.  È un obiettivo che va oltre il Pnrr e che  da solo vale una decina di punti (strutturali) di Pil. È un traguardo che un governo ambizioso non può mancare.

Quanto ai progetti alternativi, Bruxelles ha finora dimostrato disponibilità ad accoglierli.  Purché siano credibili e tempestivi. Ci vorrà innanzi tutto realismo, per stabilire che cosa è effettivamente nelle nostre possibilità. Non gli interventi a pioggia pensati dal governo Conte, che hanno creato solo confusione e provocato difficoltà anche all’esecutivo Draghi.

Una linea è stata già individuata nell’ambito energetico: l’idea è quella di legare  il  Recovery  al programma europeo che riguarda proprio la sicurezza e la sostenibilità delle fonti di approvvigionamento energetico (il RePowerEu).

Un’altra linea potrebbe essere quella dei programmi indirizzati all’arte e alla cultura, che sono le nostre grandi risorse  (assai poco sfruttate). È sintomatico, della povertà di idee delle classi dirigenti italiane che, in termini di Pnrr, Firenze sia stata pensata, non come una delle capitali europee della cultura, ma come città bisognosa di… un nuovo stadio.

 

 

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.