Forza Italia, identikit di un partito che non ha mai trovato l’identità

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Che tipo di partito è Forza Italia? Non è facile rispondere a questa domanda perché in questi trent’anni di vita politica ha provato ad essere tutto e il contrario di tutto.

L’unica certezza sta nel fatto che se è ancora in vita, seppur con percentuali minime rispetto ai fasti del passato, è grazie alla permanenza in campo di Silvio Berlusconi. Forza Italia è rimasto sostanzialmente un “partito persona” destinato a scomparire insieme al suo leader. E difatti negli ultimi anni il suo crollo elettorale ha coinciso con il tramonto politico del suo fondatore, e oggi continua ad occupare un ruolo sulla scena politica grazie ad un resistente zoccolo duro di berlusconiani militanti.

Quando nacque nel lontano 1994 era poco più che una federazione di club sparsi in tutta Italia e impostati principalmente sul modello Pubblitalia, tant’è vero che a capo c’erano principalmente uomini legati al mondo della Fininvest, l’impero televisivo berlusconiano. Gente nuova, imprenditori, professionisti, esperti di comunicazione, gente che non aveva mai fatto politica ma che conosceva molto bene i trucchi della propaganda mass mediatica. Molti ricorderanno come dietro ai club e ai candidati che Forza Italia mise in campo quell’anno per contrastare sui territori la gioiosa macchina da guerra della sinistra ex e post comunista, ci stavano ben collaudati studi di marketing ed esperti comunicatori, che dopo aver selezionato i profili ritenuti vincenti con adeguati casting, avevano impostato su di essi i più efficaci linguaggi pubblicitari e preparato gli aspiranti parlamentari attraverso corsi full immersion sulla comunicazione.

L’esperimento riuscì, il centrodestra a sorpresa vinse le elezioni e andò al governo. Poi però con il passare degli anni ci si rese conto che Forza Italia aveva di fatto sostituito la Democrazia Cristiana nel campo moderato e che era quindi necessario passare dal modello del club a quello del partito in carne ed ossa. A guidare la transizione da partito leggero a partito strutturato fu chiamato Claudio Scajola che in pratica iniziò la fase di radicamento nei territori, attraverso l’apertura delle sezioni, l’elezione della classe dirigente, i tesseramenti, i congressi.

Purtroppo però Forza Italia non finì con l’ereditare della Dc soltanto i voti e il modello organizzativo, ma anche i peggiori difetti; e infatti ci si trovò improvvisamente con il partito lacerato dalle correnti, con la corsa alle tessere, la guerra fra bande per la conquista dei coordinamenti provinciali, le lotte congressuali. Ma mentre nella Dc le guerre fra correnti che caratterizzavano le fasi congressuali poi si ricomponevano all’interno del partito con i dovuti accordi, Forza Italia non avendo della Dc lo spirito di appartenenza alla casa madre finì a suon di divisioni e scissioni che poi contribuirono anche a determinare le sconfitte elettorali, specie nei livelli amministrativi dove più feroce si faceva la lotta fra big contrapposti.

Berlusconi capì quindi che il progetto del partito tradizionale era stato un fallimento e decise di cambiare marcia; giubilato Scajola chiamò ad occuparsi dell’organizzazione Denis Verdini con il compito di conciliare l’idea del partito leggero con la necessità di avere un radicamento sul territorio, superando però la logica dei tesseramenti e degli scontri congressuali. Ma fu un fallimento, e alla fine ciò che emerse chiara fu l’oggettiva impossibilità di trovare una sintesi e un modello organizzativo per Forza Italia che restò sostanzialmente un partito personale dove le decisioni dal vertice venivano calate sui territori.

Poi arrivò la stagione dei partiti a vocazione maggioritaria, che vide Berlusconi da una parte e Walter Veltroni dall’altra uniti nell’idea di superare il modello dell’alternativa fra coalizioni per dare vita ad un bipolarismo di tipo partitico. Così nacque il progetto del Popolo della Libertà, che vide Forza Italia confluire nel partito unico del centrodestra insieme ad Alleanza Nazionale, con l’idea di costruire un partito repubblicano alternativo al partito democratico di Veltroni. E per la prima volta Berlusconi avvertì anche l’esigenza di individuare un erede che potesse garantire una sopravvivenza al centrodestra dopo di lui.

Fu scelto Angelino Alfano che fu nominato coordinatore nazionale del partito con tanto di “unzione” da parte del leader a reti unificate. Ma l’erede durò molto poco perché ad un certo punto Berlusconi si accorse che non aveva “il quid” e che non sapeva essere  carismatico come lui. E così il povero Alfano fu giubilato, insieme all’idea stessa del partito unico del centrodestra, che per altro era stata già in precedenza abbandonata da Gianfranco Fini dopo che questi aveva compreso come il Pdl fosse stato il tentativo ben riuscito di Berlusconi di cannibalizzare gli alleati (e difatti il Cav riuscì a svuotare l’ex An lasciando Fini da solo con un manipolo di pochi fedelissimi).

Di fronte alla grave crisi del centrodestra da una parte e della sua leadership dall’altra, provocata soprattutto dagli scandali giudiziari e poi da una condanna definitiva per frode fiscale, Berlusconi decise di tornare alle origini riportando in vita Forza Italia e sperando così di risvegliare l’orgoglio in tanti militanti. Dopo il fallimento del tentativo Alfano, Berlusconi ha provato a nominare altri eredi, prima Raffaele Fitto, poi Giovanni Toti, ma entrambi hanno finito con l’entrare in conflitto con il capo, quando hanno capito che in realtà il loro ruolo altro non era che quello dei gregari in un partito personale, dove è Berlusconi in pratica a decidere tutto, dalla linea politica alle nomine della classe dirigente.

Ma anche sulla linea politica a dire il vero la confusione regna sovrana, perché in questi trent’anni nel tentativo di rappresentare la maggioranza del Paese, Forza italia è stata un coacervo di contraddizioni. Partita con l’idea di essere sostanzialmente liberale e liberista, ha poi tentato di essere un grande contenitore dove tenere dentro tutto il mondo alternativo alla sinistra, un partito capace di amalgamare le componenti liberali alla Martino, il mondo cattolico conservatore alla Formigoni, la destra identitaria e conservatrice alla Gasparri, i democristiani alla Pisanu, i socialisti riformisti alla Cicchitto, persino i laicisti radical modello Elio Vito, una sorta di maionese impazzita. Ciò che ha sempre funzionato alla fine è stata la comunicazione di stampo chiaramente populista di Berlusconi ed è proprio questa ancora oggi a garantire a Forza Italia una base elettorale dell’8-10%. Non a caso con l’approssimarsi delle competizioni elettorali, si assiste sistematicamente ad un ritorno in tv del leader con apparizioni quotidiane sui tg mediaset, dichiarazioni ad effetto destinate ad occupare le prime pagine di tutti i media, interventi a raffica sia in carne ed ossa che telefoniche o tramite video nelle convention e negli incontri di partito. Dove è sempre e soltanto lui a dare la carica ad un popolo azzurro altrimenti stanco e demotivato.

Con l’uscita di scena di Berlusconi quindi Forza Italia sarà destinata a scomparire, perché diventerà oggettivamente impossibile tenere insieme le diverse anime del movimento azzurro, che oggi proprio nell’esistenza stessa del leader trovano il collante in grado di superare le divergenze interne, le tensioni, le diverse idee su come guidare il partito e stare al governo. Senza Berlusconi il tappo salterà e le contraddizioni verranno tutte a galla senza possibilità alcuna di ricucitura.

Ma senza Berlusconi finirà anche l’epoca dei “partiti persona” e anche l’idea dei partiti a vocazione maggioritaria. Il leader azzurro è stato l’unico capace di poter essere un uomo ed un partito allo stesso tempo, oltre che un abile federatore di realtà e sensibilità politiche diverse che unite sotto una stessa leadership ed un unico grande contenitore, sono state per oltre un ventennio maggioranza nel Paese. Ci ha provato anche Renzi dopo di lui, sperando di occupare il vuoto leaderistico lasciato vacante da Berlusconi e puntando alla costruzione del cosiddetto “Partito della Nazione”, consigliato in questo da un esperto di scuola berlusconiana come Verdini. Ma si è vista come è finita.

Berlusconi non lascia eredi perché nessuno è stato mai considerato da lui alla sua altezza. Ma forse è proprio lui a non volere la sopravvivenza di Forza Italia e del berlusconismo quando lui non sarà più in campo. Perché in fondo la Seconda Repubblica è nata con lui e con lui dovrà finire. La storia sarà così costretta a riconoscere che con Berlusconi, è stata inaugurata e si è conclusa un’epoca storica per l’Italia

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