Meloni e il 25 Aprile, la temuta ricorrenza del 2023 (la prima di un governo di destra-centro) s’è ridotta a una banale questione semantica: la premier ha utilizzato o no il termine “antifascismo”? Ha detto o no “viva l’antifascismo”? No? Peggio per lei. Per ora si sorbisca questi cortei ostili. E domani chissà.
E dire che la premier aveva pubblicato una importante lettera sul “Corriere della Sera” in occasione della ricorrenza della Liberazione, un testo articolato e ben argomentato, nel quale si esprime una chiarissima concezione democratica e nel quale si afferma il senso della discontinuità storico-ideale rappresentata dal 25 Aprile rispetto all’Italia fascista: questa data, per Meloni, «segna evidentemente uno spartiacque per l’Italia, la fine della Seconda guerra mondiale, dell’occupazione nazista, del Ventennio fascista, delle persecuzioni antiebraiche, dei bombardamenti e di molti lutti e privazioni…».
Agli attenti esegeti dei testi della destra non sarà sfuggita neanche l’importanza di un altro brano contenuto nell’articolo della presidente del Consiglio: «Il frutto fondamentale del 25 Aprile è stato, e rimane senza dubbio, l’affermazione dei valori democratici, che il fascismo aveva conculcato e che ritroviamo scolpiti nella Costituzione repubblicana». “Valori democratici che il fascismo aveva conculcato” : la Meloni ha utilizzato la stessa formula presente nelle tesi congressuali di Fiuggi del 1995, le tesi da cui nacque Alleanza nazionale. E tutto ciò non può essere considerato un caso, ma un rilevante fatto politico, perché è la prima volta che la leader di FdI si ricollega, ancorché indirettamente (ma chiaramente) all’atto fondativo del partito di Gianfranco Fini, un precedente da lei sempre rifiutato. E vale la pena anche aggiungere che, a tale passo, l’aveva in qualche modo invitata lo stesso ex-leader di An durante la puntata di “Mezz’ora in più” di domenica scorsa, trasmissione condotta da Lucia Annunziata.
Insomma, il testo della Meloni pubblicato dal “Corriere” è tutt’altro che una celebrazione di maniera del 25 Aprile, ma uno scritto ideologicamente pregnante e politicamente significativo.
Nonostante ciò, gli avversari più irriducibili della premier ( da Beppe Sala a Elly Schlein, agli editorialisti de “la Repubblica” e a tutti gli antifascisti in servizio permanente effettivo ancora in circolazione) si sono attaccati allo stesso, monotono, ossessivo argomento polemico: «Non ha usato la parola antifascismo, non ha detto di essere antifascista». È stato questo il refrain della manifestazione di Milano.
Sembra incredibile, ma è così: tutto si riduce all’utilizzo di un termine, il resto non conta. «Dai Giorgia, di’ la parola antifascismo, e siamo tutti più contenti». Ci pare di rivivere la vecchia trasmissione “Portobello”, condotta dal povero Enzo Tortora, quando i concorrenti dovevano riuscire a far dire al pappagallo in studio la fatidica parola: “portobello”, appunto.
È un divertente paragone espresso con tutto il rispetto per gli odierni protagonisti della disputa sul 25 Aprile, ma dal quale si evince il carattere tragicomico delle recriminazioni contro i massimi esponenti della destra: non solo Giorgia Meloni ma anche Ignazio La Russa, i quali, per lorsignori, avrebbero l’obbligo di sottolineare il carattere antifascista della nostra Costituzione. Una rilevante discussione etico-storico-politica ridotta a una formula. Che pena!
Vale la pena ricordare che, sul punto dell’antifascismo, i padri costituenti erano molto più saggi e sereni degli attuali censori della sinistra. Lo ha ricordato, qualche giorno fa Ernesto Galli della Loggia, quando ha sottolineato che nella XII disposizione transitoria e finale della Carta è contenuto, non solo il divieto alla ricostituzione del “disciolto partito fascista”, ma anche lo stop temporaneo (cinque anni) ai gerarchi fascisti di fare politica. Poiché la Costituzione entrò in vigore nel 1948, ciò significava che, in teoria, Bottai, Grandi e Federzoni potevano diventare parlamentari già nel 1953.
Per lo studioso, ciò era la riprova della «saggezza» dei padri costituenti, i quali ritenevano che, con il tempo, ci «avrebbe pensato la democrazia a rimettere le cose a posto», come in effetti è avvenuto, nell’evoluzione politica dei decenni successivi.
I principali leader della sinistra si chiamavano allora Palmiro Togliatti e Pietro Nenni. Oggi si chiamano Elly Schlein e Nicola Fratoianni. E tanto basta.



