Riforme, Meloni tenta la via italiana

mercoledì, 10 Maggio 2023
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Riforme, il treno è partito. In stazione, Giorgia Meloni ha dato il fischio d’inizio. Non sarà un percorso semplice. Ma stavolta, dopo tanti tentativi andati a vuoto (il primo fu nel 1983, con la Commissione Bozzi), il convoglio potrebbe arrivare a destinazione.

La premier non si nasconde le difficoltà, tanto che non propone alcun “prendere o lasciare”, auspicando una «condivisione più ampia possibile». Questa prima giornata di incontri con le opposizioni deve averla evidentemente convinta della necessità di evitare ogni approccio ideologico: Meloni dice che probabilmente si partirà dal modello dell’elezione diretta del premier, ma afferma anche che «non siamo innamorati di un sistema o dell’altro». Intendiamoci, dialogo sì, «ma non a costo di venire meno all’impegno con i cittadini». Insomma, le riforme si faranno. Punto. Ma la soluzione dovrà essere ragionevole, cioè adatta al nostro Paese, alle sue necessità e aspirazioni.

E qui Giorgia tira fuori un coniglio dal cilindro, qualcosa capace di accendere l’immaginazione di molti: «Possiamo immaginare anche un modello italiano». La premier fa capire che il processo verso le riforme dovrà esaltare la migliore cultura giuridica e costituzionalistica nazionale. Una grande sfida per la creatività politica italiana.

Se si tratti solo di un espediente retorico oppure se effettivamente assisteremo a un dibattito di alto profilo sul destino del Paese è presto per dirlo. Certo è il fatto che la sfida proposta dalla Meloni fa risaltare il minimalismo e il corto respiro dell’opposizione di sinistra, in particolare di quella targata Elly Schlein, secondo la quale le «riforme non sono la priorità del Paese». Un vero autogol per la segretaria del Pd. Tra le varie risposte possibili, Elly ha scelto la peggiore. Poteva limitarsi a ribadire la sua opposizione al premierato e al presidenzialismo, indicando nel contempo un’idea alternativa di riforme. Invece, quel rifiuto di considerare la serietà della questione, dimostra  che il Pd a guida Schlein non ha una vera visione del futuro dell’Italia, perché, piaccia o non piaccia, non si può immaginare tale futuro senza partire da un’idea del mutamento istituzionale. La leader del Pd ha solo detto di essere disponibile a “migliorare stabilità e rappresentanza”. La solita supercazzola che non dice alcunché…

Migliore figura della Schlein l’ha fatta Giuseppe Conte, il quale ha, sì, ribadito la ferma opposizione del M5S a qualsiasi forma di «elezione diretta» (del premier o del capo dello Stato), ma ha anche proposto in alternativa il modello tedesco di cancellierato. E poi, fatto significativo, s’è detto anche disponibile all’avvio di una Bicamerale.  I grillini non chiudono la porta al dialogo. E la premier registra e apprezza questa loro disponibilità. Se son rose fioriranno, ma da Palazzo Chigi fanno comunque sapere che saranno sempre attenti a sventare qualsiasi, eventuale manovra dilatoria.

Ma in che cosa dovrebbe consistere in definitiva quel “modello italiano” per le riforme di cui parla la Meloni? Nel fatto che l’eventuale adozione dell’elezione diretta del premier (al momento è l’ipotesi più accreditata, vista la disponibilità in tal  senso manifestata dal Terzo Polo di Matteo Renzi e Antonio Calenda) dovrebbe essere ben bilanciata da pesi e contrappesi. Perché il “Sindaco d’Italia” (come i centristi amano definire il premier eletto direttamente dal popolo) sarebbe un figura istituzionalmente fortissima e bisognerebbe pertanto lavorare di lima e di cesello per rafforzare le garanzie del Parlamento nonché per evitare ogni potenziale conflitto con la figura istituzionale del capo dello Stato.

Va da sé che il premierato rappresenterebbe in ogni caso un modello specificamente italiano, perché l’elezione diretta del premier esiste solo in Israele. Inevitabili gli adattamenti alla nostra situazione.

Proprio la delicatezza del dibattito sui pesi e i contrappesi del premierato potrebbe rilanciare il semipresidenzialismo. In favore dell’elezione diretta del capo dello Stato sono peraltro schierati i leghisti. Vale la pena anche ricordare che una forma di presidenzialismo stava per essere adottata in Italia nel 1998, al termine dei lavori della Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. Non se ne fece nulla perché, come è noto, Silvio Berlusconi si mise di traverso nel momento finale. Un vero peccato, perché, quello scelto all’epoca, era un modello assai equilibrato. Non era un presidenzialismo alla francese. Il capo dello Stato manteneva il suo ruolo di garanzia, una funzione esaltata dall’elezione diretta. Nello stesso tempo, quella  bozza di riforma prevedeva anche un rafforzamento della stabilità del governo, unita a un decongestionamento dei lavori parlamentari (molte materie passavano al potere regolamentare dell’esecutivo) e alla fine del bicameralismo perfetto. Quando si parla di riforme costituzionali bisognerebbe sempre ricordare che esse non riguardano solo la forma di governo ma l’intero impianto istituzionale al fine di migliorarne l’efficienza.

Se il sistema Italia ha accumulato tanti ritardi in tante materie è anche perché la politica non è stata capace di modernizzare le istituzioni. Altro che riforme non «prioritarie»…

 

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