Furbata, mossa disperata o intelligente trasferimento dei fondi per rispondere agli stravolgimenti geopolitici degli ultimi mesi (guerra in Russia, aumentate tensioni con la Cina e via elencando di disastro in disastro)? Sono più o meno questi i giudizi che si sono dati sull’ultima “correzione” al Pnrr, i cui fondi saranno spostati dai progetti che non verranno mai realizzati in tempo ad altri più realistici o urgenti, primo fra tutti RepowerEU, l’iniziativa europea per rafforzare l’autonomia energetica (qualcuno preferisce parlare di “sovranismo”). Finora il piano era destinatario di “appena” 3 miliardi di fondi. Ma Palazzo Chigi ha appunto deciso di aumentarli, come anticipato anche dal sottosegretario all’Economia Federico Freni, secondo il quale RepowerEU sarà «un pilastro del nuovo Pnrr».
Se parte dell’opposizione – non tutta, perché in questo frangente Calenda e Renzi si stanno comportando da vera e propria quarta gamba della maggioranza – lamenta che Meloni sta stravolgendo l’impianto del piano perché non sa spendere i soldi, una benedizione è arrivata a sorpresa proprio da Bruxelles, che vede di buon occhio qualunque investimento che vada nella direzione dell’efficientamento energetico, sia per ragioni ambientaliste che per renderci indipendenti dalle forniture russe anche nel lungo periodo. Un grande alleato potrebbero essere le grandi partecipate di Stato come Eni, Enel, Snam e Terna, colossi con grandi capacità di spesa che impiegherebbero poco a realizzare progetti finanziati con fondi aggiuntivi. Secondo i primi calcoli si potrebbe spendere facilmente 6 miliardi rispetto ai 3 già stanziati, ma l’esecutivo punta a fare anche di meglio.
Il ministro delle imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha già pronta la sua lista della spesa, ed elenca «Progetti che garantiscano la sostenibilità energetica, reti di distribuzione, gasdotti e reti elettriche. Poi Transizione 5.0, ossia le imprese che acquistano macchinari per processi e formazione nel campo della sostenibilità».
Insomma, la Meloni sembra voler togliere soldi e responsabilità agli enti locali, in teoria primi destinatari dei fondi che però, tranne alcune lodevoli eccezioni, si stanno dimostrando incapaci di gestire, per affidarli alle care vecchie partecipate, giganti dell’economia italiana che hanno il personale e le abilità necessarie per portare a termine i progetti. Difficile dar torto al governo riguardo questa scelta; i fondi, quando sono tanti e da spendere velocemente, vanno fatti gestire dallo Stato, non da una pletora di comuni e comunità montane.
Il processo dovrebbe procedere senza intoppi anche perché Giorgia ha già provveduto a rinnovare i vertici di Enel e Terna, confermando all’Eni il potentissimo Claudio Descalzi, che ha accompagnato in numerose occasioni la premier nei suoi viaggi all’estero. Dovrebbe poter stare tranquillo anche chi teme che i fondi vadano di fatto a privilegiare il Nord Italia a discapito del Meridione, molto più bisognoso di interventi pubblici di rilievo. Uno dei principali progetti di Enel, infatti, riguarda la Sicilia e prevede un forte sviluppo nel settore fotovoltaico a partire dalla gigafactory di Catania, già operativa. Diventa poi ancora più importante il famoso piano Mattei al quale la leader di FdI tiene tanto, e che prevede un forte rafforzamento dai gasdotti che partendo dal Nord Africa e passando dal nostro Sud andrebbero ad alimentare il resto d’Europa.
Se tutto andrà come previsto insomma Giorgia potrebbe riuscire, seppure in maniera rocambolesca, a gestire il lascito più complesso del governo Draghi facendo per di più contenta l’Europa. Con buona pace di un’opposizione che, per quanto riguarda la politica economica, continua a non portare il minimo contributo al dibattito pubblico.



