Silvio l’arcitaliano

lunedì, 12 Giugno 2023
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Silvio Berlusconi non è solo un pezzo di storia italiana, è anche un pezzo di anima nazionale. Nel senso che non c’è stato personaggio pubblico che ha incarnato meglio di lui pregi e difetti del nostro popolo.

Silvio l’imbonitore, Silvio il seduttore, Silvio (naturalmente) l’imprenditore, Silvio dal debordante testosterone. E poi ancora Silvio il leader (politico), Silvio il visionario, Silvio il nababbo, Silvio il satiro (ma anche il patriarca), Silvio il presidente, Silvio dalle amicizie sospette, Silvio uomo d’ordine, Silvio il discolo, Silvio il buono, Silvio il cattivo, Silvio (impareggiabile) raccontatore di barzellette, Silvio l’istrione. Si potrebbe continuare ancora a lungo nelle metamorfosi berlusconiane, una infinita galleria di maschere. Ci limitiamo solo a dire che non c’è italiano che non si sia riconosciuto, anche soltanto per un attimo, appena in un colpo d’occhio, in una di queste maschere, che non abbia visto nel tycoon diventato  leader politico e presidente del Consiglio una parte di sé, delle sue aspirazioni, più o meno inconfessabili.

È per questo che Silvio Berlusconi è stato tanto amato quanto è stato odiato. Naturalmente, anche i suoi odiatori si sono un po’ riconosciuti in lui, hanno visto in questo grande tentatore la parte di sé che volevano silenziare, contenere, se non addirittura sopprimere. Questo rapporto di identificazione-repulsione fu a suo tempo (non sospetto) descritto da Giorgio Gaber con queste parole: “Non temo Berlusconi in sé, ma Berlusconi in me”.

Quale parte di Silvio appariva  in definitiva più scomoda? La parte che era più apertamente in contrasto con i canoni dell’Italia bacchettona, moralista, pauperista, falsamente perbenista che ha egemonizzato il discorso pubblico fino a tutti gli anni Settanta, anche se tutti temevano che, nel profondo, gli italiani pensassero ad altro, che inseguissero altri sogni e altre fantasie.

L’Italia che odiava Berlusconi era la stessa Italia che impose a lungo la tv in bianco e nero, le ballerine in calzamaglia, i cineforum con dibattito. Questo schema cominciò a dissolversi negli anni Ottanta dell’ “edonismo reaganiano”. E una delle prime, eclatanti dimostrazioni che gli italiani non ne potevano più delle grigie, mortifere, plumbee atmosfere del Canone Pedagogico Nazionale fu proprio lo straordinario successo immediatamente decretato dal pubblico alle tv berlusconiane, con la loro ampia offerta di ballerine seminude, comici sboccati, personaggi pecorecci, ottimismo à gogo.

Hanno odiato Silvio perché ha espresso la voglia di capitalismo che dormiva in un popolo cresciuto, pasciuto e impigrito dentro le “sacche di socialismo reale” (per dirla con Francesco Cossiga) create negli anni che furono della mano (anzi della manona) pubblica pervasiva e asfissiante.

E quest’odio è durato a lungo. Esploso al tempo della “discesa in campo” nel 1994, si può dire che ha accompagnato Berlusconi fino alla fine dei suoi giorni. A rappresentare questa profonda, viscerale, psico-politica ostilità è stato l’apparato giudiziario-giornalistico dei Francesco Saverio Borrelli e dei suoi epigoni ancora in azione, che sono stati coadiuvati dagli Eugenio Scalfari e dai suoi discepoli, con l’ausilio di Marco Travaglio (che non è allievo di Scalfari, bensì di Indro Montanelli, un altro che comunque non amava Silvio, anche se per qualche anno questi fu il suo editore).

Gli amici di Berlusconi hanno sempre parlato di persecuzione giudiziaria. In effetti i processi intentati contro il tycoon di Mediaset hanno qualcosa di patologico, compresi i processi dell’epopea Ruby, pur con tutti i loro risvolti pruriginosi e grotteschi. Ma, se guardiamo bene questa “persecuzione” , ci appare in realtà una “auto-persecuzione” nazionale, specchio di un Paese in perenne guerra con se stesso, un male antico dell’Italia e del quale, il conflitto cresciuto intorno a Silvio, non è stata che l’ultima, eclatante manifestazione.

Poi, certo, l’Italia di Berlusconi è anche un’Italia un po’furbetta, un po’ spregiudicata e un po’ cialtrona. Ma è l’Italia reale, l’Italia che c’è, l’Italia comunque geniale, anche se con riverberi talvolta sulfurei.

Silvio soleva dire che sapeva farsi “concavo” e, all’occorrenza,  “convesso”.  Non c’è dubbio che la sua vita rispecchi, in gran parte, questo schema. Ma siamo anche sicuri che tutti, “concavi” e “convessi” d’Italia, oggi lo piangono.

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