Un colpo al cerchio e uno alla botte, oppure il famoso “altrismo”, nel solco dello storico “ma anche” di Veltroni. Questo il succo della direzione dem che ha visto la Schlein attaccata su ogni fronte da tutti, tentare di passare al contrattacco.
Ma se questo è il risultato della sua strategia e della sua comunicazione, la destra di governo può dormire sonni tranquilli.
D’altra parte, “identitarismo tosto” e mediazione, movimentismo e governismo riformista, populismo stile “Cgil-Lgbt” e partito a vocazione maggioritaria, non possono né potranno, mai andare d’accordo. E questo la segretaria del Pd lo sa bene, fin da quando è stata scelta “dall’area vasta della sinistra dei gazebo” (radicale, ma indistinta), contrapposta al “partito-struttura” dei circoli e degli iscritti, che hanno votato per Bonaccini.
Ma la strada non può essere andare sempre più a sinistra rischiando di farsi fagocitare da Conte. E di assumere un atteggiamento, come si è visto, “monarchico”: “Sono stata nominata per questo e intendo restare, non farmi corrodere dalle correnti, a questo gioco non ci sto”.
Correnti? Un tempo la nomenklatura “ex-pci”, che si vanta di essere l’unica a vera bandiera della democrazia interna ed esterna, le chiamava componenti; ma poi, il centralismo democratico, sinonimo di unità (formale) prevaleva.
Queste correnti “anti-Schlein”, va detto, sono il retaggio del “partito plurale” che nell’Ulivo, nell’Unione, e da ultimo nel renzismo, hanno trovato la loro più alta espressione.
Infatti, la segretaria nell’accesso dibattito in direzione non a caso se l’è presa sia con le correnti-componenti (“le polemiche fanno il gioco della destra”), spegnendo contestazioni non da poco, sia con l’ex Matteo che, in quanto a subalternità, secondo lei, non può dare lezioni visto che ha sottoscritto con l’odiato Cavaliere il demoniaco “patto del Nazareno”, anche qui confondendo volutamente linea politica con la possibilità di arrivare a convergenze trasversali sulle riforme istituzionali.
Insomma, la Schlein “di lotta e di governo” non funziona, per definizione. Se nel bipolarismo la trazione è moderata (centro-destra vs centro-sinistra) bisogna necessariamente accorpare più anime, più famiglie culturali e politiche; se, al contrario, è radicalizzato alle estreme (destra vs sinistra) come adesso, è necessario affermare una piattaforma alternativa a Palazzo Chigi che sia omogenea, incisiva. Cosa che al momento non è il Pd, lacerato su temi importanti, cui la Schlein non riesce a dare risposte chiare e convincenti.
Gli esempi sono tanti, dall’utero in affitto alle armi all’Ucraina, dall’inceneritore all’alleanza con i grillini, per finire alla riforma della giustizia che vede il “partito dei sindaci” (Ricci, Sala), opporsi alle sue direttive, apprezzando l’abolizione del reato di abuso d’ufficio.
La transumanza interna (la Chimisso, D’Amato, Cottarelli, Borghi, Marcucci, Fioroni), appena cominciata certamente sarà una costante.
Ma vediamo qualche dichiarazione della direzione, emblematica dei vulnus dell’attuale segreteria. Le parole si commentano da sole.
Il presidente Bonaccini: “No ad approcci minoritari e mai metterci a rimorchio”; Cuperlo: “Le scalate si fanno in cordata, non credendo che chi è indietro è zavorra”; Orfini: “La segretaria si fidi del Pd”; Guerini: “Le parole di Grillo, di Conte sull’Ucraina sono indecenti, inaccettabili per il nostro partito. Segretaria, la parte finale del tuo discorso è stato inutilmente polemico. Chi guida un partito complesso deve farsi carico delle complessità, la dialettica se leale non è lesa Maestà”.
Vuoi vedere che pure la Schlein si è fatta prendere dal decisionismo come Berlusconi. E’ proprio vero, in ogni critica c’è un’autobiografia.
Di certo i vulnus del Pd non saranno risolti dall’estate militante. Il pericolo è prendere colpi di sole.



