Giustizia, Meloni tra falchi, colombe e danni collaterali

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Giustizia, il polverone sta diventando una nube tossica che sommerge la politica impendendole di ragionare. In questi giorni svolazzano i falchi di entrambi gli schieramenti, coadiuvati (quelli di sinistra) dai vari comitati di salute pubblica cresciuti nelle ultime ore come funghi.

Giorgia Meloni deve stare attenta a come si muove, perché rischia l’autogol se non riesce a frenare i falchi del suo schieramento. Il governo e la maggioranza hanno tutto l’interesse a spegnere l’incendio e a tenere ben distinte tra loro le vicende (caso Santanchè, caso Delmastro e, per ultimo, caso La Russa figlio) finite nell’ennesimo calderone propagandistico. In particolare, il governo e la maggioranza hanno tutto l’interesse a separare questi tre casi processuali dalle sorti della riforma della Giustizia, che sta per iniziare il suo iter al Senato. Se la scena fosse ancora dominata dagli urlatori per vocazione e professione, sarebbe assai problematico dibattere seriamente sul merito del disegno di legge targato Carlo Nordio, con la conseguente caduta di prestigio del governo.

È bene che la premier ascolti le sue colombe, a partire dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, vero e proprio uomo ombra della macchina governativa, impegnato in queste ore, stando a varie indiscrezioni giornalistiche, in una delicata opera di ricucitura con i settori moderati della magistratura, settori tutt’altro che entusiasti della nuova guerra tra politica e giustizia.

Non tutto il mondo delle toghe va infatti confuso con il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, che in questi giorni è partito lancia in resta contro il governo ergendosi a difensore della Costituzione. E vale la pena aggiungere che neanche tutta la sinistra, almeno quella più colta e preparata è d’accordo con la rissa sulla giustizia.  Significativo in questo senso che un autorevole personaggio come Luciano Violante abbia bacchettato i vertici dell’Anm, accusandoli di avere smarrito il senso del proprio ruolo. Così l’ex presidente della Camera in una intervista sul “Corriere della Sera”: «In questo momento l’Anm rischia di far diventare l’intera magistratura controparte del governo. Ma non lo è, e non può esserselo, a pena di far perdere alla magistratura quella credibilità che è il fondamento della sua legittimazione». Parole chiare che fanno intendere alla Meloni di avere potenzialmente molti alleati sul fronte della giustizia, a condizione però di abbassare i toni e placare gli spiriti bollenti.

Che l’unica a guadagnare dall’infuriare della polemica sia l’opposizione più becera lo dimostra anche un danno collaterale che si è prodotto a seguito del caso di Leonardo Apache La Russa: il linciaggio cui è stato sottoposto l’editorialista di “Libero” Filippo Facci per un articolo scritto a proposito del caso di cui è protagonista il figlio del presidente del Senato.

A finire sotto accusa non è stato in realtà l’articolo in sé quanto una infelice battuta in esso contenuta: «Risulterà che una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache La Russa (una famiglia, una tribù)». Parole certamente sgradevoli che Facci si poteva sicuramente risparmiare. Tante volte l’obbligo di essere brillanti e provocatori a tutti i costi tira brutti scherzi. Ma dell’antipatico scivolone s’è reso conto lo stesso editorialista di “Libero”, il quale ha chiesto scusa, affermando che non riscriverebbe mai una cosa simile.

Non c’è stato però niente da fare: il comitato di salute pubblica all’uopo costituito (Pd, M5S, Calenda, Fnsi, Usigrai, consigliera Rai in quota Pd Francesca Bria) è partito all’attacco con veemenza chiedendo, non solo il deferimento del povero Facci all’Ordine dei giornalisti, ma anche la cancellazione della striscia quotidiana di cinque minuti e a carattere satirico che Facci stesso dovrebbe tenere ogni giorno prima del Tg2 delle 13.00. Sia detto per inciso, il giornalista di “Libero” è uno dei volti nuovi su cui punta la gestione Rai dell’epoca del centrodestra al governo.

Ecco dunque che il vero scopo della lapidazione del giornalista non è il ripristino  della virtù offesa ma il tentativo di creare problemi all’attuazione del nuovo palinsesto della tv pubblica.

L’informazione televisiva non c’entra molto con la giustizia? Per la ben oliata macchina propagandistica della sinistra tutto fa brodo quando si tratta di colpire i suoi bersagli.

Al dunque la Meloni non deve seguire il gioco altrui, ma imporre il proprio: invitare tutti a misurare le parole in modo da permettere un decente dibattito sulla riforma Nordio. Nella consapevolezza che, quando tale riforma sarà diventata legge, non ce ne sarà più per nessuno.  

 

 

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